GIRIFALCO. Oimè! che mala nuova è quella che mi porti, sciagurato! Poi non debbe esser vero; e tu lo dici per vedermi morire.
PILASTRINO. Oh! tu ti cangi
cosí di cera! E' par che abbi paura
di quel marcetto. N'è ben gran pericolo
che ti scavalchi!
GIRIFALCO. Or to' questi ristori,
Girifalco meschino. E sí, fu vero?
Era pur dentro in casa quel tignoso?
Vedesti 'l tu?
PILASTRINO. Sí, vidi poi a l'uscire, che fu in sul buio; ma non so giá dirti quel che v'avesse fatto.
GIRIFALCO. Aimè tapino! Perché voglio piú viver? Prego il cielo che faccia in modo ch'io mi rompa il collo prima ch'abbi a morir di questa morte. Cara la vita mia, non ti ricordi giá piú di me. Tu mi fai pur gran torto, ché sai che 'l primo dí non ti cercava. E tu ti innamorasti cosí forte di me che non vivevi ben quel giorno che non facevi dirmi qualche cosa.
LISTAGIRO. Lascia pur: ti trarem questi pensieri.
GIRIFALCO. Ed ora, che t'ho posto un poco amore, sei sí ritrosa! E forse ancor mi cambi per una nebbiarella. Che se, un tratto, mi dá fra l'unghie, ne vo' fare appunto quel che fo d'un pidocchio. Oh! ah! ca! ca! Che sará poi?
PILASTRINO. Del tuo resto, s'io posso.
GIRIFALCO. Ghiottoncella, che m'hai cavato il fiato! Ma ti voglio cavare a te de gli occhi quel riso e quelle frasche.
PILASTRINO. E però è buono che sia venuto qui questo mio amico; perch'è persona che ti saprá dire la cosa come sta e forse trarti d'ogni tuo affanno.