PILASTRINO. Oh bel dettato! Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta con la mostarda; ma vuole esser porco di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione ragioni anch'egli de bene vivendo? Piace anche a me.
GIRIFALCO. Deh! taci ivi, ti prego, o parla piano; ch'oggi ho poca voglia di cianciar teco.
PILASTRINO. Tu sei pur lunatico, Girifalco: perdonimmi i tuoi anni. Deh guarda che natura! Or si lamenta, or tace e fa il balordo, or ride, or piange, or ciancia fuor di modo e si rallegra e infuria; che talora ho meraviglia ch'un che pratica teco, in otto giorni, nol fai impazzir. Che sí che ancor ti veggio, un tratto, negromante? uomo composto di sciatiche e catarri e d'avarizia, d'ira e d'amore.
GIRIFALCO. Abbimi compassione.
Vedi pur com'io sto; lasciami alquanto
sfogar, ch'io moro.
PILASTRINO. Possa sfogar tanto
che ne rimanga agghiacciato per sempre.
Non restar giá per me.
GIRIFALCO. Sempre ho stentato; né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo, in questa vita, per non stentar sempre. Ed or che l'etá mia richiederebbe qualche riposo e d'animo e di corpo, cosí dentro mi sento travagliato, inquieto e confuso che desio talor la morte come cosa dolce. Ma non vorrei esser posto in sacrato, se non pensassi fare, anzi quel punto, vendetta e strazio di quella frittella che n'è cagione.
PILASTRINO. E che pensi di fare? se Dio ti guardi, come ha fatto i denti, ancor la vista.
GIRIFALCO. Se mai viene il tempo…
Non vo' dire altro.
PILASTRINO. Forniscel di dire. Che la farai, come ti vien dietro, morir forse in sul buco? Oh guarda volto da far morir le donne di martello! Che sia impalato!
GIRIFALCO. A chi dici «impalato»?