PILASTRINO. Ho detto che mi tira omai 'l palato; e tu mi pasci qui pur di parole. Saresti appunto buon, per la cappella che si fa al Baracane, per un santo in su l'altare o per un di quei voti con le man giunte; ché non mangi o béi ma vivi d'aere.
GIRIFALCO. Lascia: berem poi. Anima mia, tu mi fai pur gran torto. E poi per chi? Per un morto di fame, un furfantello, un ladro, un giocatore, un plebeo. Ma guardati, Filocrate; ché, a' miei dí, mai nessun mi fece ingiuria che non mi vendicassi. Vatti sposa: e to' per donna qualche ruffianaccia per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio. Rinego il dí che mi battezza. Ca! ahi! In mal punto. Ah!
PILASTRINO. Dá' giú, ch'io 'l voglio, il cuore. Che fai? Par che rineghi anche il battesmo. O Girifalco, tu sei diventato un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio e mostri esser saputo!
GIRIFALCO. Io son perduto
piú lá che ora. Vo' chiamare il diavolo.
Diavol!
PILASTRINO. Di' forte, ché non ti può udire.
Sú! che ti porti presto.
GIRIFALCO. Che hai detto?
PILASTRINO. Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti dov'è colei che ti può dar salute e tòr d'angoscia.
GIRIFALCO. Aimè! che sarò morto prima ch'io n'esca.
PILASTRINO. Va'. Se non moro io in questo mezzo, sará forse troppo presto per te.
GIRIFALCO. Non vorrei esser nato prima ch'esser cosí.