PILASTRINO. Cosí nol sapessi! ch'è non so quanto ch'era giú da basso, in cantina, di sopra, a la fenestra, che dormiva nel letto.

ARTEMONA. Io son piú matta a parlar con costui!… Vatti in mal'ora; vatti imbriaca.

PILASTRINO. Voglio andarvi or ora. Son tanto allegro che non par ch'io possa, d'allegrezza, tenermi in su le gambe. Vedi che ho dato, un tratto, un pugno e un calcio a questa povertá, madre tignosa del freddo e de la fame e de' pedocchi. Ma non potrò durare in questo stato, ché la bontá suol sempre il fondamento esser de la miseria; e, s'io in quel punto era da bene, ora sarei mendico. Voglio mutar costumi, or c'ho la robba, e diventar un asino.

ARTEMONA. È quattro ore che t'ho cercato. Ho pensato una via e l'ho in parte giá messa ad effetto. A me par buona:…

CRISAULO. Non mi indugiar. Dillo.

ARTEMONA. … perché veggiam che a noi sarebbe assai poter, per ora, solo avere audienza; e, se questo facciamo, il resto è nulla. E certo verria fatta, se dái ciance che la torresti tu, com'io feci oggi con la madre; e lo fei come da me. Ella, benché mostrasse di nol credere, sí volentieri par che l'ascoltasse ch'io penso che la cosa di Filocrate sia prolungata. E chi ha tempo ha vita. Che pare a te?

CRISAULO. Mi piace, se a te piace.

ARTEMONA. Ma ti bisogna molto essere accorto, in questa cosa, perché non pensassimo prender chi poi, nel fin, prendesse noi: ché anzi vorrei morir che simil cosa venisse per mio mezzo.

CRISAULO. E perché questo?

ARTEMONA. Perché bisogneria che tu facessi conto sol di fuggire o co' parenti venir forte a le mani.