PILASTRINO. Non ti potrei dire che voglia m'è venuto in cima a l'unghie di dare a sto poltron pien di peccati una man di punzoni! Ma non voglio, ora che sono acconcio, ruinarmi. Vedi Amoraccio! Parti che sia un putto o pure un gran signor? Parti che sappia, quando ci ha sotto i piedi, arragazzarci e farci gioco al vulgo? I premi, poi, son le crocce, la paglia e 'l boccalone. Ecco Artemona. Addio.
FILENO. Va' pure. Amore? Certo, non veggio in questa nostra vita pazzia piú chiara o vergogna e ruina piú evidente. E, per gli uomini savi, s'avria solo a fuggir la dolce entrata: ché, come ci siam dentro, è poi l'uscita assai piú stretta ed erta che non fu quella del laberinto. Ché di questo alcun non n'uscí mai per forza o ingegno di filo o di spaghetti.
SCENA V
Artemona, parlando con Pilastrino, mostra averli racconto l'offizio che ha fatto per Crisaulo e quello che ha pensato perché egli fra poco ottenga, come si vedrá. E, in questo, Pilastrino le narra tutti li accidenti del suo amore che sono circa il mangiare e il bere.
PILASTRINO, ARTEMONA.
PILASTRINO. Sai per sette.
Sempre ho sperato in te.
ARTEMONA. Omai la cosa
passa per suoi piè.
PILASTRINO. Saresti donna da governare Stati. Ma vorrei, quand'hai guarito tutti gli altri amori, che dessi ancor qualche rimedio al mio a cui fei don di me fin ne le fasce; ed è quel che mi strugge e fa beato solo a pensarvi.
ARTEMONA. Fa' ch'io sappia il tutto e lascia fare a me.
PILASTRINO. È un gran signore: ch'altro che di pensier la vita nostra nutrisce; ed a sua posta la dilegua, mal grado nostro.