ORGILLA. La mala pasqua, e presso che non dissi, che vi venga a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia per casa, poi, di questa massarizia e non rugnisce? Saria manco male se spendesse o comprasse della robba, poi che vuol fare il grande.
PILASTRINO. Oh! Di' ben forte che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci quello che c'è.
ORGILLA. Vien qua, vecchio insensato. Tu sai pur che costui non mangia rape cotte giá di tre dí né di pan cotto minestra, come farai tu stamane; né bee meschiati.
PILASTRINO. Io mi turo gli orecchi. Tra voi gridate e menate le mani, pur ch'io panebri.
ORGILLA. Tu tirerai in fallo, Pilastrin, questa volta, ché la carne rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca? le miei mutande?
PILASTRINO. Giá denno essere arse, se l'hai portate un dí, ché 'l vostro fuoco non cuoce o scalda.
GIRIFALCO. Pilastrin mio caro, tu vedi. Tornerai da me stasera, ché compreremo una libbra di lonza per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo. E mena l'indiano.
PILASTRINO. Hai ben pensato.
E che ci arem da cena?
GIRIFALCO. Non t'ho detto?
PILASTRINO. Non t'ho inteso.