PILASTRINO. Tu non credi,
che abbi una innamorata?
TIMARO. Sí, lo credo, ch'abbi una sfondorata, ché pur una n'è la tua Gnesa; ché, in tutte le parti che fanno una plus quam perfetta lorda, port'essa la corona e non li manca se non esser fregiata in sul mostaccio. Ma a te piace cosí.
PILASTRINO. Sí! L'ho piú a noia… Ma ti ricordo che 'l venirmi incontra con le man piene…
TIMARO. E che! Di palafreni?
PILASTRINO. Di tanto, forse, che non hai nessuna che porga tanto a te.
TIMARO. Gli è ragionevole
che i belli sempre si faccin pagare.
L'ordine è questo.
PILASTRINO. Ma per te si guasta; ché sei sí bello e non v'è forse alcuna che ti voglia pagar!
TIMARO. Bel non son io.
PILASTRINO. Almanco tu ti tieni. E forse in modo che, qualche volta, se tu fossi appunto come ti tieni, faresti vergogna a Narciso; e per te morria, ogni giorno, un migliaio di donne; e si farebbe forse, ai lor prieghi, che fossi dannato a vita nel torrone.
TIMARO. Cianciatore!
Di' pur, ch'è l'arte tua. Ecco Crisaulo
che torna anch'egli a casa.