ARTEMONA. Crisaulo mio da ben, questa è ben stata una mancia piú degna che 'l mio merto non richiedeva. Io so che l'è ducale. Oh Dio! Potessi almen portarla sempre, che non si disdicesse! ché mi penso, per la allegrezza che mi reca al cuore, farebbe piú mia vita che non fia lunga venti anni. Oh! mi par d'esser bella! Che benedetto sia chi me l'ha data e la sua casa e tutti i suoi parenti! Or vorrei che passasse per la strada qualche bel giovanetto; ché son certa che, cosí vecchia, gli anderei a gusto. Oro sopran, quante son le macagne e' difetti che copri! quanti i visi, che forse senza te parrian di fango, che gli fai risplendenti e pien di grazia! Spècchiati in me, che in alcun tempo bella giá mai non fui, ed or, che son pur vecchia, risplendo giá com'un bacin forbito. Di questo aspetto è 'l sol; questo le stelle mostra sí chiare; e questo è qui fra noi padron di quanto il sol girando vede. Questo dá tutti i ben, tutti i piaceri, tutti i contenti; e, fuor di questo, è nulla che a noi sia a grado. E di qui tutti i mali, tutte le sceleraggini ed inganni, i furti, le rapine e gli omicidii, le iniquitá, gli stupri, i sacrilegi, l'invidie e gli odii e quanto ha di piggiore la nostra vita in sé pullula e nasce. Per questo al padre e la madre e i parenti vegnam nemici; ed occidiamo i figli; e, per vil pregio, vendiam l'alma spesso. Questo è stato tenuto iddio, gran tempo, ed adorato, come è ancora il sole e la luna e le stelle in certe parti. E questo è tutto per la sua bellezza: onde nasce sí fatta gelosia che gli uomini, talora, a poco a poco rodendo, mena a vergognose morti. Questo può tutto; e di qui ciò ch'è al mondo è governato a' suoi debiti fini. Tanto mi piaccio di sí bella cosa ch'io dubito che alfin (come quell'altro) di me, senza specchiarmi, mi innamori. Ché non penso, sí grinza come sono, che alcun mi rifiutasse.
PILASTRINO. Sei in amore, ah?
Eccomi. Piaci a me, vecchia crestosa.
Posa in un punto giú quella catena,
se non vuoi ch'io ti mandi il collo ai piedi.
A chi dico io?
ARTEMONA. Sta' fermo. Oimè meschina!
Sai ben ch'io ti cognosco, Pilastrino.
Lasciami stare. Oimei!
PILASTRINO. Ed anco i miei voglion qualcosa loro. Tu non odi? Lasciala qui; ch'io ti caverò gli occhi, s'io ci metto le mani.
ARTEMONA. Oimè! Ladrone! Prima mi caverai la vita e 'l fiato e gli occhi e 'l cuor che di man la catena, se non mi scanni; e, se 'l fai, ti predíco che, inanzi un mese, tu sarai appiccato. Lasciami, adunque.
PILASTRINO. Dico ch'io la voglio. Dammi la corda, ch'io mi vo' appiccare. Posala giú, ch'io ti pesterò l'ossa. E chiude quella bocca di ranocchia; ché, ad altro suon che di cembalo o pivi, ti farò far la tosa e mazzacrocca. Scanfarda, che sei uscita de l'inferno, e vuoi le cose mie a forza, tu! Ti taglierò le man.
ARTEMONA. Misericordia!
Fuor, vicin! Tutti fuor! ch'io son giá morta;
ché un ladro m'ha assalito in su la strada.
Mi taglia il collo.
PILASTRINO. Se tu te ne vanti…
Cosí si fa, poltrona! Aspetta, aspetta!
ch'io te la caverò d'in mezzo al cuore
e se l'avessi chiusa nel cervello.
Roffianaccia! scorziera!
ARTEMONA. È giá fuggito.
So ben chi è. Non son tre giorni a notte.