Siro servo, non introdotto in altro luogo che in questo, parlando con Timaro, apre e dá lume a la favola: e questo è costume degli antichi comici.

SIRO. TIMARO servi.

SIRO. Or veggio il lor cervello. Innamorati? Che sia maladetto quel giorno traditor che incominciai a servir mai nessun! ché non mi manca da starmi a casa mia ben da mio pari e sto a straziarmi dietro a questi cani che tengon servitori come gli osti le bestie da vettura; e 'l dí non basta, ché ancor s'ha a star la notte or qua, or lá per lor capricci. Che sia strutto Amore e chi lo fe', chi 'l pruova e chi gli crede! Io mai nol vidi.

TIMARO. È Siro che ragiona.
Lasciamili accostar. So che camina!
O Siro, aspetta.

SIRO. Che vai tu cercando,
Timaro?

TIMARO. Sono uscito de la strada per venirti dietro, ché sentiva bastemmiar non so che.

SIRO. Sí, ch'io bastemmio qualche volta me stesso; ché non posso omai durar con questo insopportabile, quasi ho detto, poltron.

TIMARO. Che c'è di nuovo?

SIRO. Ultimamente non m'ha minacciato di fare e dire, s'io non truovo modo ch'esca di questi affanni?

TIMARO. O dágli il modo.