FILOCRATE. Aimè! Son bene un altro: cangiato di presenza negli affanni; ma quello sventurato di mai sempre. Io piango di dolcezza e di dolore: ché mi veggio condotto, al fin, lá dove mi fia la morte men dogliosa e grave; da poi che piace al ciel.

FRONESIA. Lascia andar questo. E raccontami presto ogni tua pena e quel che vuoi da me; ch'io qui t'attendo con disio d'aiutarti.

FILOCRATE. Ah sfortunato! Onde mai incominciar mi fia concesso? Donna sleale, al tuo trionfo altero, che fia di crudeltá mista con fraude, voglio che aggiunga queste spoglie frali, vinte da te, da te distrutte e sparte, in esempio d'altrui.

FRONESIA. Deh! Affrena alquanto questi lamenti e le lagrime e 'l duolo. Dimmi quel c'ho da fare.

FILOCRATE. A queste notti, chi era quello che sí destro entrava ne le camere vostre? Ove è l'onore? ove è la castitá? dove è l'offizio che conveniva a saputa servente? Devevil comportar?

FRONESIA. Guarda, Filocrate, che non ti inganni; perché veramente io non intendo quel che voglia dire. Son molte volte, quando altrui è infermo, che par veder le cose piú che espresse e non è altro che 'l cervel che varia. E come andò?

FILOCRATE. Per chi bene e chi male.
Per te devette ir mal, per Lúcia bene.
Confessalo oramai.

FRONESIA. Sappilo Iddio; ché tu potresti dir cosí vent'anni, ch'io non ti intenderei. Se guardi bene, certo vedrai che sará stato un sogno o ver fantasma. Io non saprei che dirti sopra di questo.

FILOCRATE. Non lo negar piú; ch'omai incomincio a perder la pazienza. Pensa se san negar, quando a me istesso nega quello che sa che ho giá veduto! Non so se ero intronato o se 'l cervello mi vacillava o se cosí mi penso o se qualcun mel fe' veder d'incanto, la sera inanzi a ier, che una persona per una scala entrò ne la fenestra che guarda l'orto ove era Lúcia.

FRONESIA. Lúcia?