FILOCRATE. Sí, Lúcia. E v'eri tu.

FRONESIA. Io?

FILOCRATE. Sí. Piú forte. Iersera ci venni io in persona come mi vedi: ond'ella ancor si rise perché, fuor de l'usanza di quell'altro, venni di corte e prima fui partito che tu te ne accorgessi; ché eri dentro. E l'animo mio fu sol di vendetta. Ma la sorte non volse perché, quando la vidi sola ivi aspettar quell'altro, dimenticato ogni onta, l'abbracciai (cosí morto foss'io, inanzi quel punto!); ed allor vidi che mi tolse in cambio: ch'ella forte mi strinse e mi pregava che passassi di lá. Paionti sogni? o pur che con effetto io fossi desso? Or vuoi negarlo?

FRONESIA. Non posso, volendo. Meschina a me! Ti dimando perdono. Non era giá promessa da attenere appalesare una sí fatta infamia e scoprir tale error.

FILOCRATE. Basta: io sapeva come faresti. Or dimmi la persona a cui concesso ha il cielo, in mio dispregio, il guiderdon di tante mie fatiche non mai concesso a me.

FRONESIA. Quello è Crisaulo (come debbi saper, gran cavalieri) il qual l'ha tolta; e, fra due giorni al piú, la de' sposare.

FILOCRATE. E questo è senza fallo?

FRONESIA. Altro non resta se non che dimane li metta de le nozze in man l'anello. L'altre cose sai tu come sono ite. Ma ti voglio pur dir che tu ti menti d'averla aúta in braccio…

FILOCRATE. E pure ancora non ti si può far vero?

FRONESIA. … perché quella con chi scherzasti parla ora qui teco. Vedi che t'ingannasti?