Penetrata della necessità di tradurre ad effetto questo divisamento, ella si tenne sicura di potervi riescire. Alvise l'avrebbe compresa e sarebbe stato costretto ad apprezzare il sentimento, al quale ella imponevasi di porgere ascolto. Era il dovere d'entrambi e bisognava compierlo senza esitanze.
Con l'anima tutta piena di questo pensiero, Loreta s'era chiusa nella sua camera e febbrilmente aveva cominciato una lettera per il conte Polverari. La penna le era corsa veloce per un intero foglietto, senza un pentimento, con quell'ardore di frasi che le veniva dalla sincerità del suo proposito. Era un appello energico al cuore di lui, alla sua bontà, al suo antico affetto: ed era in pari tempo un ultimo richiamo a quel passato, che doveva cancellarsi per sempre dalla loro memoria.
Ma a questo punto Loreta si arrestò. La mano, improvvisamente irrigidita, lasciò sfuggirsi la penna. E la signora, reclinato il capo, rimase con gli occhi immobilmente assorti nelle ultime parole da lei tracciate.
Dinanzi a quelle parole, che eran pure la ingenua confessione di quanto aveva sofferto per il suo amore infelice, uno scoraggiamento la invase paralizzandole d'un sol tratto le forze, dalle quali poco prima si sentiva sorretta. Nell'atto di dare così un addio decisivo al sogno della sua giovinezza, la poesia di quel sogno la riafferrava violentemente con una potenza nuova di seduzione.
In questo momento Loreta ebbe onta della propria fiacchezza. L'idea di trovarsi vinta le repugnò. Ma poi, persuasa ormai di non poter riprendere il dominio di so stessa, quasi si compiacque della riflessione, a poco a poco sôrta nel suo cervello, che il mezzo al quale aveva pensato di ricorrere fosse scelto con sì poca accortezza da dovervisi senz'altro rinunciare. Pensò a tutte le difficoltà, che avrebbe incontrato per far pervenire la lettera ad Alvise: si domandò quale contegno avrebbe egli tenuto dopo la lettura di quel foglio. Se, lunge dal piegare alla preghiera di lei, egli avesse voluto rivederla ancora? Se, come un giorno le aveva minacciato, fosse ricorso, pur di avere con lei una nuova spiegazione, ad un atto d'imprudenza?
Con una sùbita risoluzione Loreta balzò in piedi e lacerò la lettera. Indi, quasi con un senso di sollievo e con un rinnovamento d'animo, uscì dalla sua camera per tornare alle faccende di casa. Avrebbe trovato di meglio: il suo dovere l'avrebbe saputo compiere ad ogni modo.
In tutto quel giorno vide suo marito appena per brevi momenti. Pareva abbattutissimo; al pranzo scambiò con lei poche parole: di sera non volle prendere cibo e si mostrò d'umore così tetro, che a Loreta venne meno il coraggio di muovergli alcuna domanda.
La mattina appresso, subito dopo che il procaccia di Tricesimo gli ebbe rimesse le lettere, fe' chiamare il famiglio Agnul:
--Attaccherai la Grigia col carrozzino piccolo. Vado a Udine per affari e non tornerò che tardi questa sera....
Loreta, che aveva notato come il professore avesse cercato nel pacchetto della posta e percorsa con molto interesse una lettera, sulla cui soprascritta ella aveva riconosciuto il carattere grosso e malfermo di don Letterio Prandina, che sapeva da più tempo sofferente: