Colpito dalla bizzarria del fatto, il Sant'Angelo tolse vivamente di mano al ragazzo l'involto e dopo averlo per un istante guardato al lume della lanterna, lo svoltò. Era un foglietto di carta grossolana, piegato in doppio, e conteneva poche linee di scritto a matita rossa con un grosso carattere contraffatto.
Sotto un notissimo distico friulano, che allude salacemente alla cecità de' mariti vecchi, il nome di Loreta e quello di Alvise Polverari si leggevano uniti in una frase brutalmente accusatrice. Poi in chiusa poche parole, piene di velenoso livore, contenevano un ammonimento, a lui stesso diretto, di aprire gli occhi "per vedere anche lui quello che tutti gli altri avevan già veduto."
Quelle parole, lette ansiosamente al lume tremulo della lanterna e che venivano proprio in quell'ora a ribadirgli i suoi sospetti tormentosi, furono come tanti colpi di una lama avvelenata nel cuore del Sant'Angelo. Non pensò alla mano nemica che le poteva aver tracciate; non ebbe uno scatto d'ira contro gli autori presumibili di quell'azione bassa e vigliacca: non sentì che una voce, la quale lo riconfermava nei suoi dubbî e gli appalesava quella verità, contro la quale s'era fin allora con tanta tenacia ribellato.
Barcollante, senza poter articolare una parola, credendo di venir meno ad ogni passo, egli rientrò in casa. Ma invece di salire alla sua camera per coricarsi, entrò al buio nello studio, e colà, gittatosi a sedere nella sua poltrona e, abbandonato il capo fra le braccia, si mise a piangere disperatamente, come un fanciullo.
XVII.
Quando la mattina seguente Loreta si vide innanzi suo marito non potè reprimere un atto di sgomento, tanto le parve mutato e sofferente. Pallido, con gli occhi congestionati e con un tremore convulsivo, che gli contraeva le labbra ad ogni parola, tutto tradiva in lui una celata angoscia. E allorchè Loreta, trovatolo così nel suo studio, lo interrogò se si sentisse male, stette un istante perplesso, come côlto da un dubbio circa la vera significazione di quella domanda. Poi avendo ella insistito, sostenendo lo sguardo scrutatore ch'egli figgeva in lei, rispose seccamante con alcune frasi evasive:
--Sto male. Ti ho detto già ieri che mi sento un po' spossato. L'eccesso di lavoro in questi ultimi giorni....
Quindi vedendo com'ella accennava a soggiungere qualche parola, con fare un po' aspro ne la impedì:
--Non ho bisogno che di un poco di riposo. Lasciatemi stare: passerà.
Ma Loreta conosceva così bene l'animo di suo marito, ribelle ad ogni simulazione, che quelle parole, cercate con tanto stento e pronunciate con tanto sforzo, non potevano ingannarla. E poichè l'eccitazione vivissima, in cui ella stessa trovavasi, doveva di necessità farle apparire chiaro il vero motivo del turbamento di Mattia, ella pensò tosto con un senso di terrore, ch'egli avesse potuto già intuire di quale recondita lotta ella fosse in preda. Per un risveglio repentino d'onestà e di gratitudine, ogni altra riflessione tacque in quel momento in lei. Il pericolo a cui stava dappresso le balenò con piena evidenza. E con uno slancio, altrettanto pronto quanto sincero, si propose di uscire coraggiosamente da quella situazione. Conveniva non vedere più il Polverari: sottrarsi a tempo al fascino di cui pareva egli possedesse il segreto e contro il quale, come in un giorno lontano della giovinezza, ella sentiva già vacillare la propria volontà.