Alvise comprese; e s'arrestò titubante.

Per quanto gli ripugnasse di dover mentire, ne sentiva adesso la inoppugnabile necessità. Non era una colpa il farlo, nè una bassezza. La stessa memoria del padre suo, che l'altro aveva invocata, non ne avrebbe patito offesa.

Egli si posò la palma sul petto e fissando in volto il Sant'Angelo, senza esitanze:

--Ora,--egli disse,--se il caso ha voluto ricondurci uno di fronte all'altra, se anche per un solo momento s'è potuta risvegliare in me la voce del passato.... Loreta non ha rimprovero a farsi.... veruno!... Quello che oggi sia il mio dovere lo so ed avrò la forza di compierlo. Questo le giuro, professore, per i ricordi che uniscono le famiglie nostre; come le giuro che nulla mai sarà da me fatto per attentare alla sua felicità.... Me lo crede?

Il professore lo guardò intensamente.

--Sì, glielo credo!--esclamò poi subito.--Guai se in questo momento non avessi una tal fede!

Il conte, pallidissimo, affranto dalla violenza delle emozioni sostenute, gli tese la mano, quasi richiedendo una conferma di queste parole.

Il Sant'Angelo allora, sinceramente la prese e la strinse.

Ma Alvise Polverari al tocco di quella mano leale, che s'abbandonava alla sua senza sospetti, come in una attestazione fiduciosa di amicizia, provò un cordoglio profondo, di cui sentiva che non avrebbe potuto liberarsi mai più.

XIX.