La sera era venuta, una sera umida e fredda, che con le folate impetuose del vento e col romoreggiare della pioggia insistente facea presentire l'inverno vicino. In casa erano a quell'ora le consuete faccende. Nell'ampia cucina, la Vige, intenta al gran focolare, apprestava la cena, mentre in giro, seduti sulle vecchie panche addossate a' muri scintillanti di arnesi di rame, i famigli attendevano fumando e ciarlando.
Guardandosi dal far rumore, col passo vacillante, simile ad una sonnambula, Loreta uscì dalla sua stanza, attraversò l'andito buio, si fermò un momento ad ascoltare l'allegro vocìo che usciva dalla cucina illuminata; poi, più lungamente presso all'uscio dello studio di Mattia. La porta era socchiusa: una lampada ardeva sulla scrivania: potò vederlo. Sedeva, lontano dal tavolo, in una sedia a bracciuoli, col mento sul petto, cogli occhi semichiusi, come in un dormiveglia. Le guance di lui le parvero, alla debole luce che la lampada riverberava, ancor più pallide del consueto: la sua fronte scavata di rughe profonde, piegavasi stanca; vedendo com'egli appressava al volto replicatamente la destra, le sembrò ch'egli vi tergesse delle lagrime.
Ella appoggiò estenuata la fronte scottante allo spigolo dell'uscio e sentendo rinnovarsi con accresciuto furore la trafittura lancinante al suo petto, represse, con isforzo sovrumano, un gemito di sofferenza. Poi, come riprendendo ad un tratto la lena, scese l'ultimo ramo di scale, traversò l'atrio buio, dischiuse la pesante imposta del portone ed uscì all'aperto.
Una raffica di vento le flagellò aspramente il volto. Non pioveva più. Ma l'aria era tagliente; il cielo oscurissimo.
Dove andava? Che stava per fare? Non lo sapeva ella stessa. Doveva andare lontano, in un luogo così lontano, d'onde non avrebbe potuto tornare mai più. E nelle tenebre folte che si addensavano intorno a lei, di là dalla macchia bruna del bosco, nel quale il vento strepeva con sinistre voci, ella aveva come una visione vaga del torrente Cormor, che scendea in quella stagione coi suoi flutti limacciosi, gonfio e vorticoso, laggiù, a' piedi del palazzo Morò-Casabianca. Sì, laggiù, laggiù: era una voce che la chiamava, la voce del destino cui non si resiste, la voce annunciatrice della sua liberazione.
Sfinita, ansante, ella si afferrò alle sbarre umide del cancello per dischiuderne il battente. Ma questo resistè. Raccogliendo tutte le sue forze ella scosse un'altra volta, con ambe le mani tremanti, i ferri, inutilmente. Madida la fronte di sudore, digrignando i denti in un brivido di febbre e di rabbia, ella si ostinò ancora in quello sforzo. Ma di repente, côlta da una nuova trafittura al petto, sentendo un gran gelo diffondersi per tutta la persona, ella stese le braccia, e mentre un breve grido soffocato le sfuggiva dalla gola, cadde riversa sul terreno molle urtando col capo nelle sbarre del cancello.
Ella rimase colà, sola, senz'alcun soccorso, per alcuni minuti. Intanto in casa la sua assenza era già stata notata. La Vige, come avea terminato di apprestare la cena, erasi recata alle stanze della padrona per avvertirla che tutto era pronto; indi, meravigliata di non trovarla colà, era entrata nello studio, calcolando ch'ella vi fosse in compagnia del professore. Ma poichè questi era solo, non potè nascondere l'inquietudine che tosto le nacque, nel presentimento di un fatto triste che stesse per sopravvenire. Mattia vide lo sbigottimento di lei: la interrogò vivacemente ed appena ella ebbe borbottate tre o quattro parole provò una stretta al cuore, subendo egli pure la sensazione che facea tremare in quell'istante la povera donna. Nello stesso momento apparve all'uscio della camera Agnul, bianco in viso, smarrito, chiamando con voce rotta dall'ansia:--Presto, presto.... la signora.... venite, venite....--
Mattia balzò in piedi e di corsa seguì il ragazzo giù per le scale, oltre l'androne buio, all'aperto.
--Qui.... qui.... al cancello!--mormorava Agnul precedendo rapidamente.
Colà riversa, colle braccia distese, inerte sul suolo fangoso, trovarono Loreta.