Tuttavia si adattò. Doveva farlo. Suo padre, non più sano e vegeto come una volta, omai per la molta debolezza era ridotto a passare le intere sue giornate dietro il banco della caffetteria, beatificandosi nel vedere il figliuolo intorno a sè, ed esultando allorchè qualcuno veniva a chiedere per qualche urgente consultazione se ci fosse il dottore. In quell'epiteto, ch'egli pronunciava cogli occhi luccicanti d'orgoglio, pareva al povero vecchietto di raccogliere il premio di tutta la sua vita di operosità e di sacrificio. Epperò Giovanni, che amava suo padre sinceramente, non ebbe il cuore di turbargli, mostrandosi malcontento o seccato, questa serena contentezza.

Poi un altro argomento venne quasi d'improvviso ad occupare la mente del giovane. Il dottorino, andando a far le sue visite ne' paeselli vicini, s'era accorto più volte che quando passava col suo carrozzino dinanzi alle cancellate delle fattorie e delle ville, molti begli occhi di fanciulle l'avevano guardato con interesse. Poi ne' balli dell'inverno, nelle liete sagre del settembre, aveva potuto comprendere da molti indizi come ormai ci fosse più d'un cuore, di cui egli era il segreto sospiro. Ma il dottorino non lasciandosi far velo dall'ambizione, nè sedurre dalle offerte di ricchissimi maritaggi, che la sollecitudine di qualche amico gli aveva procurate, scelse a modo suo, e scelse molto bene.

Egli conobbe una ragazza povera, assai bella e molto buona, Chiara Morselli, orfana di un valoroso militare, morto al servizio del suo paese. Si prese di lei profondamente perchè ne apprezzò il carattere fortissimo. E la sposò dopo poche settimane da che s'erano incontrati.

Se mai al mondo ci fu una esistenza felice, certo fu quella del dottore Sant'Angelo e della sua compagna. V'era una così profonda corrispondenza di sentimenti in quei due cuori, che non il più lieve fatto era giunto mai a turbare la buon'armonia, della quale vivevano tanto paghi.

Dopo un anno la signora Chiara mise al mondo un bel bambino, cui fu imposto il nome di Mattia in ricordo del nonno Sant'Angelo, e pareva che ormai dopo la venuta di quella creaturina niente più dovesse mancare alla contentezza della famiglia.

Pure v'erano dei momenti in cui sulla fronte del dottore Giovanni un'improvvisa mestizia si addensava. Avveniva ciò non di rado, quando restavano insieme alla moglie, nel loro tinello confortevole a leggere i giornali che giungevano da Venezia e da Milano, od a commentare le frasi laconiche e sibilline di qualche scritto pervenuto da amici lontani. In que' momenti nel dottore Sant'Angelo la calma abituale spariva. A tratti, interrompendosi nella lettura fatta con accento commosso, il buon dottore stringeva convulsamente le pugna e qualche parola fiera gli usciva con impeto dal labbro.

Erano tempi di febbre quelli. L'alba del 1848 era sôrta con gli indizî primi di que' grandi e generosi commovimenti, onde l'Italia doveva essere scossa in questo memorabile anno. Di città in città, preparato lentamente, suscitato dalla paziente opera de' comitati segreti, rafforzato dalla fervida parola de' poeti, correva un fremito d'impazienza e d'entusiasmo. Giovanni Sant'Angelo anche nella quiete del suo borgo natío, anche tra le dolcezze della sua placida casa, non aveva dimenticato i suoi sogni di studente: non aveva dimenticato il patto d'amore e di fede, nel quale s'eran stretti laggiù, con tanta concordia, egli ed i suoi compagni di studio.

Fido alle sue promesse, incrollabile nel fervore della sua valida anima d'italiano, Giovanni Sant'Angelo non aveva cessato neppure per un momento di cooperare attivamente alla causa comune. Nella sua casa, libera ancora da ogni sospetto, molte e molte riunioni s'erano fatte d'animosi patriotti. Là, fra le pareti discrete e sicure, dove tanto sorriso di onestà regnava, molti ed audaci piani vennero concertati. E il buon Sant'Angelo, come in ogni incontro aveva offerto con alta cordialità la sua casa a ricetto di chi ne avesse avuto bisogno, anche e più volte non s'era fatto pregare ad offrire materiali soccorsi, che dava con larghezza abbondevole, superiori d'assai a quanto il suo stato glielo avrebbe permesso.

In tutto ciò--questo era un argomento pel quale la sua compagna gli diveniva ognora più diletta--la signora Chiara l'aveva continuamente aiutato. Non debolezza femminea in lei: non quelle timide apprensioni che le donne, per indole loro e forse loro malgrado, hanno quasi sempre dinanzi ad ogni fatto il quale serri una minaccia per la tranquillità de' loro cari. Chiara Sant'Angelo, di innata indole gagliarda, era cresciuta alla scuola di esempi fortissimi. Nella sua famiglia aveva imparato come si debba amare la patria. Suo padre gliene aveva lasciato colla propria morte l'esempio maggiore.

Ma vennero giorni cattivi. E furono durissime le prove a cui l'animo de' coniugi Sant'Angelo venne sottomesso.