Il dottore Giovanni, mosso da troppo imprudente zelo, lanciatosi con foga malcauta in un arduo e complicato piano, che per la stessa sua audacia presentava ben poca probabilità di riuscita, si trovò improvvisamente sotto il peso di una gravissima accusa d'alto tradimento. Era a Verona con la moglie quando gli giunse da parte fidata l'annuncio che un mandato di cattura era stato spiccato contro di lui. Depositario di moltissime carte importanti, dalla scoperta delle quali sarebbero stati compromessi pericolosamente non pochi amici suoi, egli comprese la gravità della sua posizione. E pensò alla fuga, Ma come? Ostacoli immensi vi si opponevano. Eludere le ricerche rigorose e sollecite, che sapeva incominciate, gli parve follia. E sua moglie? Ed il figlio? Per un istante disperò e si credette vinto.
Ma non calcolò sulla generosità di un amico, il conte Gottardo Polverari di Verona, suo antico ed affezionato compagno di studi, involto al pari di lui nel piano che ora stava per essere scoperto e del quale aveva avuto con qualche altro consorte la prima idea.
Il Polverari, riconoscendo, nella nobiltà del suo cuore, come più che a tutto, ad un suo malconcepito disegno si dovessero le circostanze fatali in cui si trovavano, dichiarò con disprezzo della vita che se infine aveva errato, intendeva pagare di proprio l'errore commesso. E facilitando la salvezza al Sant'Angelo perdette sè stesso. Il conte Polverari morì quattro anni dopo, lontano dalla patria, lontano dalla sua adorata famiglia, nella fortezza di Theresienstadt. Il Sant'Angelo riparò colla moglie a Ginevra, ove trasse una vita ritiratissima, attendendo quasi esclusivamente alla educazione del suo Mattia.
Fu circa dopo dieci anni di soggiorno in Isvizzera che il dottor Giovanni Sant'Angelo, assalito da un lento male mancò a' suoi cari, lasciando dietro di sè il più vivo dolore e la memoria più venerata.
Percossi da quella immensa sventura la signora Chiara e suo figlio viaggiarono qualche tempo, poi stanchi, col bisogno profondo del riposo, tornarono melanconici alla patria loro e ripresero stabile dimora nella vecchia casa dove gli attendevano tanti ricordi, grati e tormentosi per il loro cuore.
La vedova Sant'Angelo aveva ormai concentrata la propria esistenza in un unico pensiero: la felicità e la riuscita del figlio suo.
Ella non vedeva, non respirava che per il bene di lui, circondandolo delle cure più gelose, de' riguardi più attenti.
Vero angelo protettore di quel suo adorato, ella esultava al vederlo crescere sano, forte e felice.
Nè le previdenti premure materne rimasero senza frutto, chè la giovinezza di Mattia trascorse, in mezzo alle splendide campagne native, placidissima e serena, non conturbata mai nè da alcuna irrequieta aspirazione, nò da alcuna contrarietà.
Bisogni non ne avevano. Le loro terre, il piccolo patrimonio, bastavano per poter condurre un'esistenza senza sopraccapi. Poi la signora Chiara era quel che si dice una massaia coi fiocchi. Economia fino all'osso in casa; vigilanza con cent'occhi sui campi; buona con tutti, ma intransigente ogni volta che ci andavano di mezzo gli interessi, la signora Chiara valeva per dieci e non v'era pericolo che nessuno la potesse danneggiare nemmen di un quattrino.