--Oggi, professore mio caro, non vi sembrerà vero di montare in cattedra e di tenere la vostra brava lezione di archeologia ad un pubblico tanto gentile. Ah! professore fortunato!
Ma il Sant'Angelo era tutt'altro che in vena di scherzi. E a quelle allusioni tagliò corto bruscamente, mostrando con tutta chiarezza che non gli piacevano affatto.
La visita al palazzo interessò vivamente Loreta. Il gastaldo, visto appena il professore, era venuto con molta premura a porsi agli ordini degli ospiti e gli aveva guidati nel giro dell'edificio. Avevano percorso ad una ad una tutte le vaste sale dai soffitti affrescati, arredate di antichi mobili massicci recanti lo stemma del casato; eran saliti per le ripide scale a chiocciola negli stanzoni delle due torri, nudi, spogli, freddi per l'aria frizzante che entrava dalle finestre ogivali, munite di grosse inferriate. Poi, più a lungo, eransi fermati in un salotto, nell'ala meridionale della fabbrica, ricco di particolare interesse per le molte curiosità storiche che racchiudeva.
Era una stanza spaziosissima rischiarata da tre grandi veroni, prospicienti sulla vallata del Cormor; ma tetra, coll'enorme camino dalla cappa adorna di barocche sculture, e co' suoi mobili di noce, dalle sagome severe, coperti di antico broccato veneziano. Sulle pareti spiccavano, chiusi in nere cornici, quattro grandi dipinti storici, attribuiti, per il loro carattere di correttezza belliniana, a qualche pittore del 500, uscito dalla scuola di Pellegrino da San Daniele. In essi il fondatore aveva voluto fossero raffigurati i momenti principali della vita del prode Bertrando di San Genesio: la disfatta di Rizzardo da Camino sotto le mura di Sacile, la consacrazione della chiesa maggiore di Venzone tolto a' Goriziani, l'erezione del castello di Moscardo a tutela delle valli carniche, e il soccorso dato a' poveri dal pio patriarca nella carestia che afflisse il Friuli nel 1348.--In un angolo, sopra una colonna di legno scolpito, un busto in marmo, opera non priva di merito artistico: l'effigie del conte Sebastiano, l'ultimo dei Morò-Casabianca.
Lì il gastaldo gli aveva invitati a riposarsi dopo avere avanzato per le signore due delle vecchie sedie a bracciuoli presso i grandi veroni. Il conte Leonardo celiava intanto col professore intorno al pregio di questi logori "nidi di talpe" ai quali nella sua posa d'uomo utilitario negava qualsifosse attrattiva. Poi il discorso era caduto, naturalmente, sulle vicende dei Morò-Casabianca.
--La leggenda del castello!...--esclamò il Mangilli accentando colla voce grossa questa frase melodrammatica.
--Me ne dispiace per voi, conte mio, ma non è leggenda niente affatto. Pura storia e tragica anche troppo....
E la riepilogò brevemente.
La storia era del resto semplicissima. L'ultimo abitatore di quel palazzo, il conte Sebastiano Morò-Casabianca, gentiluomo campagnuolo vissuto con fedeltà rigorosa secondo le tradizioni de' suoi maggiori, dividendo il proprio tempo tra utili studî di economia rurale e tra le cure inerenti a' suoi beni, si era, quando già aveva varcati i quarant'anni, ammogliato ad una bella e ricca giovane del Trevigiano, una contessa Elti di Fontebasso: nobiltà antica e famiglia che godeva di larghe aderenze così per il censo come per le cospicue parentele. La contessa era ricordata da tutti nel paese: una figura superba dall'occhio altiero, che vedevano passare spesso a cavallo per i lunghi stradoni polverosi, bellissima nell'abito di amazzone, che faceva risaltare la correttezza stupenda delle sue forme. Si narrava dell'amore intenso, appassionato, ardente, che il conte Sebastiano aveva per la moglie: viveva per lei, circondandola di tutte le premure di un culto idolatra. Ma la donna mancò a' suoi doveri. Anima abbietta ascosa in una forma divina, sentì presto il peso de' propri legami e li franse ignobilmente, con uno di quei tradimenti codardi, che tolgono alla colpa ogni scusa. Il dramma s'era preparato lentamente, pazientemente, fino alla sua scena capitale. Una notte, eludendo la tranquilla fede del marito, la contessa Eleonora se ne fuggì dal paese, in compagnia di un volgarissimo amante, verso terre lontane. Il dolore atterrò il conte Sebastiano. Ferito mortalmente nella dolcezza de' suoi affetti come nella onestà purissima delle tradizioni domestiche, egli si chiuse in una melanconia cupa, facendo ogni sforzo per sottrarre alla triste curiosità della gente i particolari strazianti della sua sventura. Della contessa Eleonora non si seppe per lungo tempo novella; poi ad un tratto corse confusa la voce che dopo una vita di libertinaggi disordinati ella fosse morta improvvisamente in una stazione balneare dell'estero, a Scheveningen o a Biarritz. Sebastiano non si confidò ad alcuno, ebbe a disprezzo ogni mendicata commiserazione. Una mattina, il domestico entrando nella stanza di lavoro del conte,--la storica stanza dai vecchi quadri, che gli era particolarmente diletta,--lo trovò riverso nel seggiolone, colla fronte insanguinata, freddo, con una rivoltella scarica a' piedi....
--È una storia assai lugubre!--disse Loreta Lambertenghi quando il professore ebbe finito.