Loreta non potè a meno di gittare uno sguardo da quella parte, come suggestionata dalle fantastiche parole della vecchia.
Nel tornare a casa parlarono poco. Tanto la signora Chiara, quanto Loreta, parevano dominate da una particolare preoccupazione.
Quella notte la Lambertenghi dormì di un sonno irrequieto, nel quale più volte le apparve, così come la vecchia contadina l'aveva descritta, la immagine torva e melanconica del gentiluomo suicida.
VI.
I primi mesi dell'estate passarono bene. Fu verso il settembre che un fatto penoso venne a turbare la pacifica vita della famiglia Sant'Angelo.
Era già da gran tempo che la signora Chiara non godeva più della sua antica salute. Le più brevi passeggiate la stancavano fortemente e, causa il progressivo indebolirsi della vista, aveva dovuto tralasciare del tutto di occuparsi di qualsifosse lavoro d'ago e della lettura. Ma la signora Sant'Angelo, obbedendo alla sua vecchia tempra coraggiosa, non voleva essere ammalata e de' suoi acciacchi aveva più e più volte fatto argomento di scherzi col figlio e con la nipote.
Una sera di settembre, mentr'era seduta nel suo seggiolone, ascoltando la lettura, che Loreta le faceva secondo il solito, del Giornale di Udine, chiuse ad un tratto gli occhi lasciandosi sfuggire un gemito e sarebbe caduta a terra se la giovane rapidamente non fosse sorta a sostenerla.
Accorso subito alle grida di Loreta il professore Mattia, questi, bianco in viso come un cadavere e col presentimento di una sventura, fece del suo meglio per far rinvenire la madre, mentre si correva precipitosamente al paese alla ricerca del medico.
La signora Chiara ricuperò il sentimento e trovandosi fra le braccia di Mattia, si sforzò di sorridere, ma solo a stento pervenne ad articolare poche parole:
--Non vi spaventate. Non è nulla.... proprio nulla.