Ci fu taluno della comitiva, che tanto per non essere obbligato a dover riconoscere come con quella notizia fosse tappata la bocca a tutti quanti, volle far dello spirito e tentò di volgere la cosa in burletta. Spirito grossolano e burletta ben poco comica, di cui i più risero a pena a fior di labbro, mentre il solo prè Zuan strizzando d'occhio ai vicini con intenzione furbesca pareva ne avesse gustato oltre misura la lepidezza. E poichè altro non poteva, mise fuori, lentamente, senza darsene l'aria, con un tono loiolesco di bonaccione ingenuo, una di quelle facili insinuazioni velenose, che la situazione quasi naturalmente gli suggeriva.
Senonchè il conte Leonardo, che, dopo l'effetto del suo razzo, ci teneva a mettere un altro po' di rumore in mezzo alla comitiva sì degnamente presieduta dal Morganti, lasciò andare sulla tavola un pugno così sonoro, che fe' saltare le carte e per poco non mandò in rovina bottiglie e bicchieri. E con un piglio che non lasciava luogo a troppi commenti, dichiarò che in sua presenza non tollerava a danno dell'amico chiacchiere di quel genere, le quali non potevano essere calcolate che come la prova di un basso ed impotente livore.
E poichè il conte accompagnava la vigoria de' suoi pugni e la risolutezza delle sue parole con certe occhiatacce da basilisco assai poco incoraggianti alle repliche, il prete, che con quell'orso non se l'era mai fatta, si ritrasse anche questa volta per il primo; e gli altri mogi, mogi, gli tennero dietro non senza procurar di ammansare il conte con qualche timida assicurazione che essi, dopotutto, col professore Sant'Angelo nè rancori, nè inimicizia non avevano mai avuto.
Naturalmente che lo sfogo de' malumori, contenuto allora in via di prudenza per il riguardo dovuto a quello spiritato del Mangilli, ebbe modo di compiersi in tutta la violenza, ne' giorni successivi, allorchè la combriccola del Caffè di Tricesimo potè trovarsi raccolta in camera charitatis.
Allora il prete ne tirò giù di cotte e di crude e, dopo aver esaurito i più grossi improperî del suo repertorio, conchiuse coll'affermare, compiacendosi nella parte d'uccellaccio di malaugurio, che già della famosa felicità del professore non dava due palanche bucate ed anzi era pronto a scommettere che in men d'un anno "se ne sarebbero viste delle belle."
E col tossico sulla bocca, ridendo verde, il pretaccio continuò per lunga pezza sul tono istesso, anche facendo presente come quello gli paresse proprio il caso di preparare al Sant'Angelo una sonorissima sdrondenade, cioè quella serenata burlesca e fragorosa che per antica costumanza popolare, assai diffusa nelle campagne del Friuli, si fa a' vedovi quando vanno a nuove nozze e talvolta a' vecchi, che passano a matrimonio.
Ma don Morganti, a malgrado di tutte le sue astutissime manovre, restò questa volta con un pugno di mosche. All'ultimo momento anche coloro che per consueto si mantenevano fedeli nel fargli coro, gli defezionarono o con una scusa o con l'altra. Talchè il matrimonio del professore Sant'Angelo seguì fra le generali simpatie, senza che una sola nota discorde avesse in alcun modo turbata la serenità della festa.
Il matrimonio si fece alla chetichella: nelle prime ore del mattino, al duomo di Tricesimo, celebrando l'ottimo prè Letterio Prandina, venuto espressamente da Udine. Pochi amici si raccolsero poi in casa ad una bella refezione, ove si fecero degli allegri brindisi e si stapparono molte preziose bottiglie, dormenti già da varie decine d'anni sotto la polvere della cantina padronale. Poi gli sposi partirono per un breve viaggio a Venezia ed a Milano.
I pochi che assistettero alla cerimonia furono assediati da ogni parte da insistenti domande: come fosse la sposa, quale aspetto avesse avuto lo sposo e se ci fossero state delle "commozioni". La curiosità generale ebbe però pochissimo a godere. La cerimonia--tutti i presenti lo asserirono--procedette semplice, liscia, senza alcun particolare ad effetto. Una cosa soltanto era risultata chiarissima, anche a coloro che non l'avessero voluta vedere, ed era la felicità piena, manifesta, grandissima, dei due sposi.
Nè fu cotesta, vana apparenza. Il Sant'Angelo pareva rinato: nel breve volgere di pochi giorni si sarebbe detto che tutta la sua persona avesse subìto quasi un magico ringiovanimento: il sorriso, che da sì lungo tempo erasi spento sulle sue labbra, ora era riapparso mettendo un novello bagliore di vita nel suo volto sereno. Loreta sorrideva ella pure, senza parole, riconoscente a quanti si congratulavano, levando tratto tratto gli occhi pensosi con intensa espressione di gratitudine in faccia al suo sposo.