E mentre cotesti pensieri la tenevano violentemente in loro potere, senza ch'ella fosse capace di romperne l'incantamento, dinanzi alla serenità di suo marito, ai discorsi affettuosi che aveva sempre sul labbro, alle amabilità espansive, di cui la faceva costantemente segno, un rimorso la prendeva, una tentazione irragionevole di gittarsi a' suoi piedi, di dirgli ogni cosa, di confessarsi indegna della bontà sua e della fiduciosa sua tenerezza.

Così, coll'animo perplesso, in una febbre continua, ella vide, dopo la memorabile giornata di Nimis, scorrere altri due giorni, che le parvero di una lunghezza eterna. Un violento temporale d'autunno s'era scaricato sulle campagne e la pioggia che durava insistente gli aveva costretti in casa. Il professore dichiaravasi tutto lieto chè il frescolino capitato così all'improvviso gli aveva ridato il desiderio del lavoro; ed infatti in quei due giorni aveva atteso allo studio lungamente, rimanendosene per ore ed ore chiuso nelle sue camere. Lei, spinta da una irrequietezza nervosa, non trovava pace: a malgrado del tempo sfavorevole usciva spesso dinanzi alla casa e colà, appoggiatasi alla balaustrata, non peranco rasciutta dalla pioggia recente, restava immobile per molto tempo cogli occhi fissi sulla campagna annebbiata, in mezzo alla quale lo stradone perdevasi, giallastro di fango, deserto, fra le spalliere dei gelsi, che l'ottobre aveva già in gran parte sfrondato.

Per quei due giorni Alvise non comparve. E Loreta adesso provava di ciò quasi un'impazienza: svanito il primiero timore, ora avrebbe voluto ch'egli fosse venuto, avrebbe voluto uscire da quello stato d'animo, varcare al più presto quell'ora, dopo la quale le pareva che la sua pace le sarebbe tornata piena e durevole; sicura che in quel risveglio del passato nessun rimorso le sarebbe rimasto nell'anima.

Allorchè, il terzo giorno, levatasi assai per tempo dopo una notte agitata, ella schiuse le imposte e vide ridente la campagna sotto il raggio di un bel sole, ella provò come un sussulto di contentezza. L'aria piena di una blanda frescura le parve una deliziosa carezza sugli occhi affaticati e sulla fronte ardente. Ella sentiva ora come un acquietamento soave, come se tutte le preoccupazioni che l'avevano angustiata si fossero d'un tratto dileguate, come se un indefinibile senso di dolcezza si fosse diffuso per tutto l'essere suo.

--Che hai oggi?--le disse il professore cingendole ad un tratto la vita e ponendole un bacio sulla bocca. --Mi sembri così bella! Hai negli occhi qualchecosa d'insolito.

--Che cosa dici ora, Mattia?

--Sai cosa dico? Che più si diventa vecchi e più si diventa matti. Ma se anche le son pazzie e chi ce ne ha colpa! Per me so una cosa sola: che ad ogni giorno che passa mi par di essere più innamorato della mia adorata moglietta!

Il Sant'Angelo era d'allegro umore anche lui.--"Non vuoi?--diceva--oggi ha da essere una giornata buona! È tornato il sole: ti ho visto dopo tanti giorni sorridere!" E come uno scolaretto che si propone di far festa, dichiarava che per quella mattina non voleva saperne di libri: di giornate autunnali splendide come quella non se ne sarebbero forse avute più: e pensava di recarsi a Collalto per fare una sorpresa "a quell'orso del conte Nardin" ch'egli troverebbe, neanche a dirlo, incantucciato chi sa da quante ore nel casottino dell'uccellanda godendosela a vedere il lungo armeggiare dei passeri e dei tordi, che volando e rivolando, come presaghi della propria sorte, finivano per rimanere impigliati nelle sue reti.

Rimasta sola in casa e date con inusata indifferenza alla Vige le disposizioni pel desinare, e ad Agnul per altre minute faccenduole domestiche, ella, come era solita a fare nei giorni in cui aveva un minor numero d'incombenze a cui attendere, prese il suo cestello da lavoro e, messovi qualche libro, uscì dal cancello che chiudeva la braida, diretta ad un boschetto fittissimo d'ippocastani, già molto distante dalla casa, dove il professore, innamorato dalla bellezza del luogo e dalla grande ombria, aveva fatto porre un tavolo di pietra e qualche sedile rustico. Colà si recavano abbastanza frequentemente nelle ore più calde dell'estate. Il fogliame degli antichi ippocastani si addensava così fittamente che non un raggio di sole vi passava. Era un angolo romito e pittoresco, nel quale il silenzio regnava profondo, solo a tratti interrotto dal fischio lontano della ferrovia, che gira con una lunghissima curva da Reana di Roiale giù giù fino ai primi valichi della Carnia, e da qualche squillo di campana che viene a lunghi intervalli dalle chiese dei villaggi sparsi nella vallata.

Quel luogo era a Loreta assai caro. Ancora ai tempi della signora Sant'Angelo ella ve l'accompagnava spesso e, mentre la signora agucchiava a qualche lavoro di maglia, le leggeva qualcuno dei vecchi romanzi d'avventure cui ella prendeva tanto diletto e che il professore, pur ridendo un po' di quei gusti della mamma, andava a scegliere egli stesso ed a scambiare in una biblioteca circolante di Udine. Loreta aveva conservato da allora l'abitudine di recarsi colà quando il tempo glielo permetteva. Questo però era raro: "Una donna come me (diceva al professore mostrando certi libri che aveva nel cestello da lavoro e che mai non leggeva) ha ben altro per il capo che la lettura de' romanzi!" E il professore approfittava di quelle parole per fare una volta di più l'elogio di lei, ch'egli proclamava "una perla di donnetta, una padroncina di casa come se ne trovano poche!"