Quella mattina Loreta si avviò a lenti passi verso quel posto favorito. Tratto tratto, salendo la collina, ella fermavasi a guardar giù tra le radure degli ippocastani la bella campagna autunnale che ora, dopo il violento temporale de' giorni precedenti, pareva rinnovellata nella freschezza e nella luminosità de' suoi colori. A metà della salita, dinanzi ad un cespuglio di grossi fiori campestri, che piegavano tra il fogliame i calici screziati ancor umidi di pioggia, ella ne strappò un'intera manata provando poi una voluttà nell'aspirarne intensamente e lungamente il lieve profumo e nel sentirne la molle freschezza sulle labbra e sul viso.

Giunta al tavolo di pietra, sotto l'arcata, che gli ippocastani formavano, ella depose il suo cestello da lavoro e sedutasi sopra una delle seggiole rustiche, trasse di sotto a' canovacci per metà ricamati uno de' libri che aveva recato con sè. Ma non lesse. Il libro, aperto distrattamente a mezzo, restò sulle sue ginocchia. Ed ella, reclinato il capo, fissi gli occhi dinanzi a sè, colle labbra socchiuse come per respirare a grand'agio l'aria buona de' campi, restavasene, quasi smarrita ogni coscienza di sè stessa, colla mente assorta in una fantasticheria vaga e febbrile.

Ad un tratto un rumore di passi, benchè lievissimo perchè attutito dal terreno erboso, la fe' trasalire. E per poco un grido non le sfuggi dalla gola allorchè volgengendosi ella vide a pochi passi da sè, ritto alla svolta del viale, il conte Polverari.

Istintivamente, con un atto di timore, si levò in piedi.

--Ella, signor conte!

Alvise si tolse il cappello e con molta pacatezza, avvicinandosi un poco:

--Io, signora....--rispose.

E dopo un momento con un lievissimo sorriso:

--Tanto ve ne dispiace!--esclamò.

--Non questo....--Loreta rispose forzandosi a parer disinvolta,--non questo. Però Ella è comparso così improvvisamente.... qui....