—Si costuma l'ospitalità dell'arcivescovo Ruggeri nella vostra isola?
Qui si sviene di fame.

—Colonnello, siamo discosti dal Borgo e in casa, non esiste bricciolo di pane.

Il sergente svegliatosi m'informò che ad un ricco proprietario del Borgo, il signor L…, non parrebbe vero d'offrirci la cena, ma che il sindaco volle conservato il secreto sulla nostra presenza nell'isola.

—Vi do tempo un'ora, e altre parole non vi appulcro—cantai al sindaco ponendolo sotto custodia del sergente, e rientrai nella mia camera.

—Indovinasti!

E la moglie a me sorridendo:—Mi congratulo del perfettamente assunto piglio dittatoriale!

Accesi il sigaro, mi gettai sul letto senza speranza a meditare sulla vanità delle umane grandezze, e così gemei:

—Sovrano assoluto dell'isola e arbitro dei destini di ventiquattromila abitanti, mi tocca venire a letto senza pranzo e senza cena! E dopo una pausa ripigliai:—Il sindaco forse suppose che i garibaldini si pascano di vento come il Rabicano dell'Ariosto; o forse divisò vendicarsi del mio umile sbarco, senza seguito di soldati, senza rumore di proclami, senza pompa proconsolare, siccome egli dee avere fantasticato sull'ali della sua classica erudizione, e promesso a' suoi amici politici.

Adagio adagio mi si velarono gli occhi e i pensieri e m'addormentai. Lo stomaco travagliato agendo sul cervello con vibrazioni ineguali vi suscitò imagini strane e sconvolte; sognai asserragliamenti e campane a stormo; sognai che il sindaco mi calava in un pozzo, mentre Nullo, Giulio Cesare e simili eroi divoravano murene, frutta di mare e francolini.

—Signor dittatore, la cena in tavola, disse mia moglie svegliandomi. Come Nerone avreste incendiata la vostra Roma, se non levavo in tempo il sigaro caduto sulle lenzuola.