Il signor L…, rinvenuto dal sindaco, fornì la mensa di pane, di vino e d'un piatto di calamari e di naselli pescati appositamente. Trattandosi d'un uffiziale di Garibaldi, i pescatori del luogo volontieri diedero mano alle reti nell'insolita ora, e per tutta ricompensa vollero vedermi, assicurarsi ch'ero uomo come gli altri uomini, e, secondo la consuetudine delle Sicilie, baciarmi la mano. Il signor L…., che interrogai sullo stato dell'isola, ripetè le notizie di gravi torbidi in Forio sparse il mattino dal sindaco, e soltanto aggiunse che il battello a vapore, il quale salpa da Forio a mezzodì e soffermasi a Borgo d'Ischia per Napoli alle due, non ricomparve, che Borgo e i territori di Casamicciola e di Lacco favoreggiavano caldamente la causa d'Italia e Garibaldi.
Ingiunsi al sindaco di spedire immantinenti una staffetta a' suoi amici in Forio avvertendoli del mio sbarco, e mandai ordine al comandante la guardia nazionale di Borgo di distaccare alle sette del mattino una compagnia per una passeggiata militare verso Casamicciola e mezza compagnia per girare il monte Epomeo al lato opposto fino a tre miglia da Forio, e incaricai il signor L… di procurarci le cavalcature.
L'isola è un gigantesco cono vulcanico, la cui base ha un circuito di diciotto miglia, e il vertice elevasi all'altezza del Vesuvio. Questo cono si appella monte Epomeo. Noi viaggiavamo lungo la costa settentrionale fra gli olivi e i vigneti che rivestono da cima a fondo l'isola meravigliosa. Il sindaco ci illustrò ogni zolla e ogni sasso con erudizione d'antiquario e d'agricoltore.—Narrò che un terremoto separolla da Procida; che Omero e Pindaro l'appellano Inarima perchè abitata da scimmie, che le incessanti esplosioni vulcaniche la mantennero deserta sino ai tempi del re Jerone; che nel 1302 venne nuovamente derelitta da un ombrello di fuoco emerso dalla Solfatara pel corso di due mesi; che nel 1440 Alfonso d'Aragona ne cacciò tutti gli abitanti maschi e costrinse le vedove a sposare uomini catalani e spagnuoli. Poscia si diffuse sulle sorgenti termali di Castiglione e di Scroffa, e ci fece gustare il duplice ficu cantato da Orazio.
Sostammo allo stabilimento dei bagni di Casamicciola, a corta distanza dal focolare della rivolta. Io stetti alquanto perplesso sul partito a cui appigliarmi: la ragione militare suggerivami l'uso delle armi; ma a me, soldato della libertà, ripugnava il versare sangue cittadino. D'altra parte non eranmi ben chiari, dalle informazioni del sindaco, la portata, l'indole e l'oggetto della insurrezione: a lui più d'ogni altra cosa caleva persuadermi della necessità di raccogliere in sua mano temporaneamente ogni potestà di toga e di spada. La situazione poteva aggravarsi con una irruzione di borbonici della vicina Gaeta; però riseppi che da tre giorni non segnalossi alcuna delle due navi di Francesco II. Sembravami consiglio prudente piantare il mio quartiere generale a Casamicciola, commettere ai sindaci dei comuni fedeli di spedire in fretta distaccamenti di guardie nazionali verso la cima dell'Epomeo soprastante a Forio, che avrebbero formato il centro del corpo d'operazione; poi di mandare in Forio, oratore, il mio sergente, intimando di deporre le armi e d'inviarmi deputati.
Se non che lo spirito garibaldino, forse per alcuna ora sopito nel mio cuore, si ridestò repente e disperse tutte sì fatte anticaglie. Rammentando che entrammo in quattordici a Napoli e che Napoli fu nostra, scrissi un biglietto di contr'ordine alla guardia del Borgo e comandai al mio seguito:—A cavallo per Forio.
Dissi e me ne andai dalla sala troncando a metà il gesto e la parola del sindaco allibito. Rimontammo sui nostri asini, io in testa di colonna, poi mia moglie, poi il sergente e in coda il sindaco. All'ultima svolta della strada, un miglio da Forio, nuvoli di polvere annunciavano la popolazione in marcia. Appena i ribelli ci potettero discernere, s'intese un fragore come di tuono, e i più prossimi a noi correndo e ululando ci si avventarono addosso con aspetto di forsennati, ci abbracciarono e baciarono piangendo e delirando. Era una miscela di ragazzi, di signore, di contadini e di giovani bennati.—Garibaldi! Garibaldi! Biondi la barba e i capelli, mi scambiarono per Garibaldi. Li assicurai che non ero Garibaldi.
—-Non importa, è la stessa cosa.
Alcuni notabili presero le redini del mio asino; le signore e le fanciulle, vestite di bianco e ornate di bende tricolori, circondarono mia moglie, e una di loro spiegò su lei un'ombrella di damasco e d'oro, l'ombrella del Viatico, e le colmarono il grembo di mazzi di fiori che ad ogni passo dell'asino cadevano a destra e a mancina e venivano surrogati da nuovi mazzi. Nel momento dell'ingresso in città si udì uno scoppio di mortai, il suono di tutte le campane e di bande musicali; le finestre parate di scialli e di tappeti; la contrada letteralmente coperta di frondi e di fiori, e noi si procedeva sotto una pioggia di confetti e di ghirlande. Sulla piazza la guardia nazionale schierata ci presentò le armi; il rullo dei tamburi s'aggiunse all'assordante frastuono delle voci, delle campane e agli interminabili spari di mortai. A sinistra sorgeva un altare posticcio, altissimo, sfarzosamente addobbato con numero grande di candele accese; un prete in piviale e due ale di chierici in cotta agitavano turriboli e cantavano il Benedicite pueri Dominum.
Frattanto i gentiluomini palafrenieri guidavano il mio ciuco oltre il palazzo di città e inutilmente li supplicai di condurmi a casa.
—Eccellenza, mi ripetevano, consentite questa soddisfazione al popolo che brama vedervi.