Era un quadro di Gherardo delle Notti.

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Fissata la partenza per mezzodì, combinai di evitare una nuova ovazione, sguizzando da una porticina per qualche straduccia alla rada. Ma la signora B…, la fanciulla dagli occhi nuotanti, e altre loro amiche stavano attorno a mia moglie con carezzevoli istanze acciocchè ci trattenessimo alcuni giorni ancora. Promise ella il nostro ritorno, e intanto impegnavale ad apprestar filaccie e pannilini per l'ospedale di San Sebastiano, e a rallegrare la tediosa convalescenza dei feriti con aranci, con limoni e coi prelibati vini onde Ischia va celebrata. Si dovette adunque scendere alla marina per le vie principali.

Sul punto di partire fui trattenuto dalla visita di uffiziali borbonici; un maggiore, un capitano e tre luogotenenti. Il maggiore, vecchio e calvo; e veruno degli altri giovine; tutti in gran tenuta: calzoni rossi, tunica azzurra, due bottoniere a curve convergenti dalla punta delle spalle alla cintura; spallini alla francese, di filo d'argento; una placca dorata con la corona borbonica in rilievo, davanti al collaretto dell'abito, e un alto schakò in mano.

—Io sono il comandante della rôcca di Procida, questi i miei uffiziali, principiò il maggiore: ci recammo qui per prestare omaggio al plenipotenziario di Garibaldi.

Quindi si avvicinarono per baciarmi le mani. Io le ritrassi dispettosamente dicendo:

—Non sono un padre abate!

E il maggiore:

—Eccellenza, noi teniamo moglie e piccirilli; battuto Francesco II, ci accostammo al governo nazionale. Ignoriamo qual sorte ne si riserbi, e ci raccomandiamo a vostra eccellenza.

Durante gl'ingenui detti del maggiore, i suoi commilitoni con patetiche e supplici fisonomie, con le mani, alto un metro da terra, indicavano i piccirilli.