Intanto, rigonfiate le onde già abbastanza gonfie da una fresca brezza, si ballava egregiamente; ma per buona sorte il legno, spinto al nord verso il lido euboico, allontanavasi dall'isola. In capo a due ore i battelli di salvamento ci raggiunsero e si vogò a Procida.
Prima di sera toccammo terra a Pozzuoli.
Il mio pensiero riposava nella visione dell'umile cameretta di Santa Lucia, ove mi sarei rifugiato a momenti, gettando nel golfo la clava del supremo arbitrio, ridivenendo il solito luogotenente d'ordinanza. E ripetevo, scherzando, a mia moglie un brano di Molière: Ils m'ont fait médecin malgré mes dents. Je ne m'étais jamais mêlé d'être si savant qua cela.
Il governatore di Pozzuoli trovavasi sul luogo dello sbarco, e in una magnifica carrozza di corte a lento passo si percorse la città tutta bandiere e applausi.
Ond'io a lui:—Perchè ciò?
—Per onorarvi d'avere protetta in tempo la polveriera di Baia.
Salimmo al palazzo del governo sovra un poggio, ove fu apparecchiata una mensa sontuosa di oltre cinquanta coperti, con isplendidissima illuminazione in cera, con addobbi di damasco e di corone innumerevoli di fiori, con lusso di vini francesi, con copia grande di gelati, che soglionsi nelle Sicilie distribuire a metà e alla fine del pranzo.
Abituato ai pasti forse un po' troppo frugali di Garibaldi, credevo di trasognare a quello spettacolo sibaritico, che Garibaldi virtuoso avrebbe disapprovato apertamente, e che io mi limitai a disapprovare in segreto. Ricordai la mela acerba che in cammino da Nicotera a Mileto il generale, seduto a terra, mi buttò dicendo:—A voi, fate colazione. E fu la colazione.
Dovetti ascoltare sonetti e discorsi, dovetti udire e dire cento insipide frasi a un centinaio di persone statemi presentate, le quali tutte intercedevano di accompagnarmi al palazzo d'Angri. Ringraziai e rifiutai quanto più gentilmente mi riescì fatto. Vane ripulse, perchè più di venti carrozze aspettavano sul piazzale. Si partì alfine per Napoli. Ogni carrozza riboccava di signori, di uffiziali e di sott'uffiziali della guardia nazionale, e ben cinquanta torce a vento rischiaravano la strada con una lunga e rosseggiante striscia di luce e di fumo. Alle ore dieci si sboccò dalla grotta di Posilippo. Un sudor freddo piovevami dalle tempia all'idea di smontare al palazzo d'Angri con un seguito mostruoso che somigliava a una mascherata di carnovale. Garibaldi sarebbesi annoiato, e i miei amici del quartiere generale non m'avrebbero più lasciato in pace per simile trionfo alla romana dopo tanti eserciti debellati e tanti popoli soggiogati! Giunto davanti alla mia porta di casa in Santa Lucia, comandai al cocchiere di fermarsi. Scesi con la moglie; tutti scesero.
—Vi ringrazio della compagnia, dissi; sto qui di casa; felice notte!