Mo sta bono! fece con frase e accento romagnuoli il maggiore Caldesi in atto di avvicinarmisi, visibilmente incredulo.

—Come? credete ch'io falsifichi le scritture? Leggete, ecco qua l'autografo.

Mi corsero tutti intorno: e anco chi s'era corcato scese in fretta dal letto, in naturalibus, per verificare la mia lettura. Tant'è, i due spropositi brillavano, e la g mancava. Il colonnello entrando ci chiappò sul covo e ci pose in grave imbarazzo, perchè io tenevo in mano il corpo del delitto.

—Caro Paggi, cominciai con quella maggiore disinvoltura consentitami dal minuto critico, ma pronunciai il cognome con una sola g, ciò che non favorì troppo la ricuperazione della serietà desiderata. Caro Paggi, vi ringrazio d'avermi risparmiato, con quest'ordine del giorno, una ventina di piastre in champagne.

Ed egli, girando l'occhio sospettoso sugli uffiziali:—Non mi pare argomento d'allegrezze!

—Taci, Mario, non mi amareggiare, esclamò Caldesi; manderemo Mingon a Napoli per comperare lo champagne. Berà anche il colonnello. Non è vero, colonnello? Qui fra noi, alla buona.

La diversione del maggiore Caldesi ha sviato l'attenzione del colonnello, il quale dimandò:

—Chi è Mingon?

A cui Caldesi:

—L'ordine del giorno non lo tange. Mingon, amico mio, famigliare e concittadino, fa meco la guerra per diletto. Lo generò Faenza, lo rapì… Eccolo qui per lo appunto.