La vaporiera ci trasse a Santa Maria, quindi la carrozza a Sant'Angelo, e a piedi facemmo l'erta fino alla sommità; pellegrinaggio di ciascun giorno. Il fianco meridionale del monte famoso è aspro per materie rocciose, vedovo d'erbe e d'alberi, tranne poche betule, meno rare verso la cima; all'est, una profonda fessura lo discerne da altro monte, in fondo alla quale su due piani stavano in batteria quattro cannoni nostri di grosso calibro; al nord, esso scoscende al Volturno, e all'ovest protendesi in costa ardua lunga e intercisa di creste a similitudine di muraglia merlata. Dalla sommità si scuopre l'opima valle del Volturno, il quale, serpeggiando a vista d'occhio dall'oriente al tramonto fra ripe incassate, sembra un'interminabile striscia d'argento colato e fluente; le montagne sino a Sant'Angelo e Cajazzo lo accompagnano parallele nel suo viaggio, quindi divergono, ed esso, abbracciata Capua con figura parabolica, si devolve al mare, fecondando d'irrigue acque ed abbellendo la pianura di Terra di Lavoro.
Dal vertice di Sant'Angelo, Garibaldi, con assiduo pensiero, vigilava i movimenti del nemico e meditava il passaggio del fiume per irrompere fra Capua e Gaeta, dividere l'esercito borbonico e, dimezzato, conquiderlo oggi sul Volturno, la dimane sul Garigliano. Ivi il giovine monarca delle Sicilie avrebbegli consegnata la propria spada. Così davanti al prestigio del suo nome caddero le rocche dello Stretto ed i castelli della capitale; così si dileguarono cinquantamila uomini davanti alla sua carrozza da Reggio a Salerno; così la flotta, nella rada di Napoli, ammainate le vele e addobbata, con cento e un colpo di cannone lo salutò ammiraglio e signore. Ma avuta certezza dell'intervento del re sardo, lo splendido disegno gli si scoloriva d'ora in ora. L'intervento del re doveva mutare di pianta il carattere della lotta: gl'incanti del mago di Caprera dovevano scomparire, e cessato il prodigio, la realtà riaffacciarsi: un re di fronte ad altro re, l'uno per raccogliere la corona cadutagli al piede, l'altro per istrappargliela. L'intervento sostituiva allo straordinario il consueto, rendeva possibile l'ingerimento della flotta francese e la prolungata difesa di Gaeta. L'ultimo canto del poema epico era finito. Seguiva la prosa degli errata-corrige, del privilegio dell'edizione, e del permesso dei superiori.
Garibaldi per avventura antivedeva lo svolgimento di questi eventi. Il suo più frequente ricordarsi di Caprera e un leggiero velo di mestizia effusa sul suo volto mi persuadevano ch'egli sentiva chiudersi anzi tempo il prefisso cammino. Non lo turbava volgare gelosia, nè cruccio d'ambizione insoddisfatta; folgorante di gloria, e, per naturale modestia, schivo d'ogni grandezza, affliggevalo la incompiuta eredità di trionfi popolari ch'ei legava all'avvenire della libertà d'Italia.
Il nostro mostrarci colassù quel mattino fu più del costume festeggiato a colpi d'obice, di cannone e di carabina. Di là del Volturno, che corre ai piedi del monte, il nemico aveva postato due obici alla nostra sinistra, due cannoni rigati di fronte e cacciatori, dentro buche munite, lungo il fiume. Quella musica formidabile durò senza posa quattr'ore; i tiri, alti dapprima, abbassavansi con graduale correzione. Sparsi su quelle creste, eravamo dilettevole bersaglio ai regi, ma non tornava così agevole il colpirci, come faceva mestieri, di prima intenzione. Però alcune granate rombarono appena d'un cubito sovra le nostre teste. In un certo momento, trovandomi ritto davanti al generale che sedeva appoggiato a un masso, mentre congetturavansi i casi di un moto in Ungheria con aiuti nostri, ci sibilò vicinissimo un fascio conico di cannone rigato:—Che diavolo! disse Garibaldi, e mosse una mano come in atto di scacciare via mosca importuna; nè più di tanto la conversazione rimase interrotta. E la medesima interruzione si riprodusse in un quarto d'ora ben tre o quattro volte. Io non osavo suggerire al generale di assidersi dietro il masso, nel dubbio che il consiglio non sembrasse abbastanza disinteressato. Nondimeno il silenzio parvemi codardìa, e per sottrarmi al rimorso, mi gli piantai davanti nella direzione delle granate. Povero schermo per verità, ma sufficiente a non veder lui ferito. Egli frattanto, sulla via che mette a Cajazzo scorto col cannocchiale un corpo di cavalleria e di fanti il quale movea a quella volta:
—Scendete, fecemi, ai nostri pezzi di grosso calibro, e tirate a palla su quelle squadre.
Scesi, e i quattro cannoni imperversarono indefessi per oltre un'ora; indi risalii. Nell'ascesa incontrai mia moglie, annunziatrice d'una lauta colazione provveduta dal generale Medici, che il mattino ci accompagnò sul monte. Ragguagliò ella Garibaldi intorno allo stato dei nostri feriti prigionieri in Capua, visitati dianzi da lei.
—Or bene, generale, gli chiesi, quale fu l'effetto delle cannonate?
Ed egli, col gaudio entro gli occhi:
—Quei signori spulezzarono.
Sotto Capua erasi acceso un combattimento fierissimo d'avamposti, al quale via via partecipò la brigata Simonetta. Le artiglierie dei poligoni estremi della fortezza traevano con fuochi incrociati. Ora al fumo delle moschettate succedeva il rutilar delle baionette vibrate, ora un manipolo di cavalieri assai lenti retrocedeva sperperato e più che di passo; ora per gruppi o per masse o alla cacciatora comparivano sullo spianato dai ripari della fortezza i borbonici, ora dal contrapposto emiciclo di alberi le camicie rosse. Lunga vicenda di assalti e di ritirate da entrambe le parti. Noi si godeva il torneo dal nostro luogo eminente, donde Garibaldi impartiva ordini e affrettava aiutanti. I nostri, ricacciati, ripararonsi dietro gli alberi, e i regi rinforzarono i riguadagnati luoghi; la scaramuccia di prima, diventata più seria, stava per volgersi in battaglia. Quando di repente le camicie rosse, surte ferocissime alla riscossa, costrinsero i nemici a precipitarsi verso i bastioni.