—Eccoli provvisoriamente fuggiti, disse in dialetto genovese il maggiore Canzio, destando l'ilarità di Garibaldi.
I borbonici, dopo quest'ultima furibonda percossa, ristettero da nuove offese, chiusi in più corto raggio di propugnacoli. E mi venni confermando nella lusinghiera speranza d'un prossimo investimento della piazza, perocchè la linea testè conquistata offerivasi meno malagevole agli approcci. Veramente non luceami chiarissimo se al corpo del genio garibaldino fossero famigliari gli approcci, ma confidavo nel genio di Garibaldi, e racconsolavami la rimembranza della acchiappata dozzina di fortezze da Palermo a Napoli senza ministerio di parallele e di trincee. Laonde dimandai:
—Generale, diamo presto la scalata a Capua?
Sapevo che a tal genere d'interrogazioni egli non rispondeva mai, e me ne pentii a mezzo del periodo, ma il labbro fu più pronto della riflessione. Difatti egli mi guardò con viso contento del voto, scontento del detto, e tirando di saccoccia un mezzo sigaro stese la mano per un fiammifero. Acceso il sigaro, ripigliò il cannocchiale e si tacque. In ciò la risposta. Nondimeno credetti di comprendere che il giorno dell'assalto si accostasse, e comunicai la mia impressione agli amici.
Quel dì montarono alla vetta pericolosa di Sant'Angelo Crispi e Carlo Cattaneo, consiglieri del dittatore. Garibaldi, ravvisato Cattaneo, mossegli incontro alcuni passi in segno di omaggio a quello splendido lume d'ingegno e di dottrina. Stati a colloquio qualche tempo insieme, Cattaneo si restrinse in mezzo a noi, vago dei giovani, semplice, buono, certissimo di trovare nei seguaci di Garibaldi, se non i più promettenti intelletti, sicuramente schietti e nobili cuori.
Legato a lui dall'amore di discepolo e d'amico, gli presentai quanti fra miei compagni fecerglisi d'attorno ammiratori del vecchio filosofo e del vincitore di Radetzky nelle Cinque Giornate. S'informò egli dei siti circostanti e degli eventi, e ciascuno gareggiava d'essergli cicerone.
—Bravi giovani, ei disse: mani armate, libertà e verità. Con queste tre forze farete l'Italia, farete quel che vorrete; non vi occupate d'altro e non pensate ad altro.
Intanto il colonnello Paggi e il marchese penetrarono nel circolo, e dispettosi della presenza del riverito repubblicano, s'accinsero bel bello a dargli sulla voce. Il Paggi latrava, e discorrendo s'incaloriva nel proprio discorso. Le risposte sfolgoranti di Cattaneo gli accendevano le guance e le orecchie, che parevano scarlatte per morbillo. Dio gli usi misericordia degli svarioni che gli piovvero dai denti!
Cattaneo ripartì, e noi sedemmo a cerchio ad un solenne fiasco di vino del Vesuvio, ad alcuni capponi arrostiti, ad un pasticcio freddo, inusitate vivande onde ci fu liberale il Medici.
Noi si ripeteva già la porzione, mentre il Paggi tergevasi ancora il sudore olimpico, incominciò: