—Gli agenti di Torino, il capitano Zasio, non si veggono mai quassù; si avventurano tutt'al più al palazzo di Caserta. Fin qui non si arrisicano che i togati democratici.
—Sì, sì, rispose Paggi; il vostro Cattaneo sarà un grand'uomo come voi andate ricantando. In così dire cercava me cogli occhi. Ma oggi sgocciolò dalla sua bocca un rosario di sciocchezze. Me ne appello al marchese.
Ci guatammo l'un l'altro come chi aspetta le stimate. Ma prontamente io interruppi quello stupore con la seguente nozione bibliografica:
—Centocinquant'anni fa, il gesuita Lucchesini scrisse un opuscolo intitolato: Sciocchezze scoperte nelle opere del Machiavelli dal Padre Lucchesini. L'arguto editore stampò in abbreviazione sulla costola del libro: Sciocchezze del Padre Lucchesini.
Se non che il generale aveva già presa la calata del monte, e noi sollecitamente lo raggiungemmo. I nostri cavalli ci attendevano in una valletta a metà dell'erta; montati in sella, procedemmo di colle in colle fino a San Leucio, e percorrendo il parco reale ritornammo al palazzo di Caserta. Le lepri e i fagiani sbucavano tranquilli e addimesticati da ogni forra, da ogni cespuglio, da ogni verzura del parco, e se ne andavano a spasso pei prati e pei viali, raramente correndo, raramente sull'ala. Le loro giornate volgevano serene in placidi ozî, in fortunati amori, in pasture pingui e incontestate. La guerra, che romoreggiava d'intorno a quel sacro asilo, micidiale agli uomini, tornava ad essi propizia, e propizia ancora più la fuga del re cacciatore. Quella pacifica democrazia di mammiferi e di gallinaccei confidava forse nel plebiscito, e si cullava nella speranza che non verrebbe eletto un nuovo re, massime se cacciatore.
Sull'imbrunire il gentiluomo di Bojano ripresentossi a Garibaldi, sollecitatore pertinace degli aiuti contro la reazione e affrontatore imperturbabile del corruccio del generale; talmentechè questi alfine cedette e nominò il tenente colonnello Nullo al comando della impresa, il capitano Zasio e me quali suoi aiutanti. Il Paggi suggerì di aggiungervi il maggiore Caldesi, e vi fu aggiunto. Dovevano partire dodici guide a cavallo agli ordini del sottotenente Bettoni e due battaglioni di volontarî del Matese e di Sicilia.
In questo mezzo, da noi, nella stanza usuale, si compilava fantasie sull'imminente assalto di Capua; quando, faccia radiante e portamento relativamente leggiadro, entrò il Paggi messaggiero della spedizione d'Isernia. Corda di violino che si spezzi nella soavità di un motivo, urta men dolorosamente l'orecchio che quell'annunzio gli animi nostri, fra i castelli di Spagna, che andavamo costruendo. Capua, ricinta ed espugnata, e noi sui dorsi selvaggi dell'Appennino, dando la caccia a qualche villano infellonito! Ma assai più ne cuoceva la separazione da Garibaldi. Questa spina acuta per noi, era rosa profumata per il Paggi, il quale fregavasi le mani di veder tolte anche per poca ora quattro teste calde al contatto del generale.
Caldesi, seduto in un angolo della stanza a lato di Mingon:
—Rassegnatevi, ragazzi, disse con affettuosa e persuasiva favella; tant'è! Avrete tempo per Capua al vostro ritorno; ve l'assicuro io.
—Bravo Caldesi, ripigliò il Paggi; assennati consigli! Il generale acconsentì alla mia proposta che voi pure partiate con essi.