«G. GARIBALDI.»

Munito di questa illimitata autorità, feci dichiarare, con decreto dittatoriale, pertinenza dell'Istituto l'ospizio dei trovatelli, fabbrica grandiosa e acconcia al mio uopo, con un reddito di 17,000 ducati. I sessanta trovatelli furono cambiati in allievi dell'Istituto. Dalla materia prima, che il maggiore Rodi manipolava in piazza d'armi, estrassi il primo battaglione di mille giovani dai quattordici ai diciassette anni. Cominciata subito per costoro la clausura, cessò la paga dei tre tarì. Il dittatore mi confortava d'uffiziali egregi della schiera dei Mille; e fra i volontari affluenti dall'alta Italia parecchi giovani, o ingegneri, o avvocati, o giudici, o ancora studenti di università venuti in Sicilia per combattere, molto virtuosamente mi si proffersero nell'increscioso e umile officio di bassi-uffiziali. I ragazzi da educarsi, pronti di mente e generosi, ma semibarbari e insofferenti di legge, non potevano essere domati che dall'energia intelligente.

Gettate le basi d'un sistema completo d'istruzione militare elementare, riserbai ad altro tempo la superiore. Percorsa la carriera fissata, gli alunni per esame sarebbero usciti bassi-uffiziali o sottotenenti. Condizioni per entrarvi, fede di nascita e fede medica. Le scuole vennero aperte immediatamente, e nel giro d'una settimana agivano in piena regola. Le manovre, la ginnastica, la scherma, il bersaglio, gli studî, la fermezza, le buone maniere e l'esempio dei capi trasformarono a vista d'occhio quei monelli di Palermo in fieri e compiti alunni.

Affidai il comando del primo battaglione al maggiore Rodi. Vissuto lunghi anni nelle foreste americane, in lotta perpetua colla natura e coi soldati di Rosas, contrasse un po' le sembianze d'uomo selvaggio in certi lampi dello sguardo, in certi moti combinati di raggruppamento e di slancio, che ricordavano il balzo della fiera, in certi gridi acuti come quei degli abitanti dei Pampas. Guadagnatisi gli spallini di maggiore dagl'infimi gradi a furia di prodezze, non era in molta confidenza coi libri e con le penne. La paterna tenerezza di lui pei suoi piccoli diavoli, siccome ei li chiamava, toccava il cuore, benchè non troppo proficua alla disciplina.

Sui rapporti serali dei capitani essendo io obbligato di condannare agli arresti, per tre, per cinque o per dieci giorni parecchi di costoro, il maggiore agitavasi, e la sua mano di legno urtava nella sciabola, volendo accennare all'accusatore di tacere. Faceva segni cogli occhi, tossiva, si soffiava il naso.

—Maggiore, vi prego…

—Sono agli ordini, signor comandante, volevo dire…, poveri ragazzi…, dieci giorni di prigione…, fa tanto caldo…, per questa volta… Ma (alzando la mano di carne alla berretta) chiedo scusa.

Un giorno, visitando la prigione, lo sorpresi in atto di porgere agli arrestati ciambelle infilzate nella punta della spada.

—Signor comandante, egli fece alquanto imbarazzato, stavo riducendoli alla ragione.

—Colla punta della spada?