—Avevo in tasca una chicca: che vuole! i Siciliani sono ghiotti di caramelle.
Entrato nel carcere, scopersi che avevano scassinata la porta e apprestata la fuga.
—Sa, comandante, osservò il maggiore con aria di lumeggiare il lato estetico dell'attentato, che ci volle una bella forza a smuovere questa porta: sono gagliardi come beduini codesti capi ameni! E, nell'enfasi dell'esclamazione, dava uno scapezzone a quell'uno che gli stava più vicino. Io ordinai che fossero incatenati. Nell'udire la spietata parola in suono che non consentiva replica, il maggiore impietrò. Mandai a rinforzare il posto di guardia ed uscii. Egli mi seguì in silenzio. Nel varcare la soglia si rivolse ai detenuti, e coi denti stretti e le labbra socchiuse alzò contro di loro il pugno. Io lo vidi con la coda dell'occhio, ed egli assettandosi la tunica e atteggiandosi a severità, con voce grossa e con faccia burbera, ingiunse alla sentinella di guardarli a vista. Indi, ammiccato il caporale di picchetto, gli commise di rasserenarli con un residuo di caramelle che levossi di tasca e gli porse di sottecchi. Se non che il caporale, tenero della legge e dell'ordine, credette dover suo di mangiarsele.
Del resto, il maggiore Rodi era valente istruttore, e in piazza d'armi inesorabile e fulmineo. In un mese il suo battaglione manovrava come un corpo di veterani; e gli venne fatto di rendere mansuete quelle nature vulcaniche col fascino della bontà, che lampeggiava sul suo volto abbronzato a guisa di vene d'oro in quarzo.
Avvezzi alla libertà vagabonda, avidi del denaro, e beati a un tempo di darlo ai parenti bisognosi, i quali prudentemente aggiravansi a poca distanza per ritirarlo appena distribuito, quei ragazzi trovavano insopportabile la clausura, insopportabile ancora più e ingiusta la perdita del tre tarì. Ripensando che altri mille dei loro amici avevano la libertà e i tre tarì, studiavano la fuga.
L'edificio dell'Istituto ha figura di un vasto rettangolo che abbraccia il cortile. La cucina, il refettorio, i magazzini, la cancelleria, le scuole al primo piano, al secondo i dormitori. All'appello del mattino mancavano or otto, ora dieci alunni. Nottetempo, arrampicandosi sulle spalle l'uno dell'altro sino alle elevate finestre delle sale, annodate coperte e lenzuola, senza badare al pericolo di fiaccarsi il collo, calavansi sulla strada, e rimessi i cenci di casa, correvano all'alba fra i compagni di piazza d'armi a ripigliarsi i tre tarì. Immediatamente raccolsi e chiusi nel monastero di San Polo quei mille, accelerando l'ordinamento del secondo battaglione. Tolta l'esca della paga, fu rimossa la causa della fuga. Per maggiore sicurezza affidai la guardia dell'Istituto a un picchetto di soldati della brigata Dunne, e collocai sentinelle agli angoli esterni dell'edifizio.
Il colonnello Dunne, inglese, apprestava una brigata di Siciliani, e sentendo imminente l'azione, industriavasi di colmare, come meglio gli poteva riescir fatto, le larghe lacune dei suoi quadri. Adagiato su una scranna nella spianata vicina all'Istituto, in soprabito di seta cruda, fumando una pipa turca, esercitava le sue genti all'armi, che per bizzarria vestì d'assisa bianca. Egli sedeva al centro ed esse movevangli in giro a modo di ridda. Dunne guardava con occhio lucente l'infiorescenza primaverile del mio primo battaglione, l'aria marziale, la precisione dei movimenti, il precoce sviluppo fisico di quei giovinetti.—Cari ragazzi! esclamava. Quanto sono contento di cooperare anch'io col mio picchetto di custodia allo incremento di questa gemma d'istituzione!—Per manifestargli la mia simpatia, una mattina, ritornando col battaglione dalle manovre, ordinai alla banda di suonare il God save the Queen, e al mezzodì, nel rilevare il posto, egli mandò il picchetto doppiato. Era una gara di cortesie. Nonostante mi mancavano sempre nuovi ragazzi, benchè sapessi di certo che nessuno fosse più sceso dalle finestre. Un dì a caso ne ravvisai uno, nuotante entro un'assisa bianca fra i soldati di guardia.
—Come sei qui? gli domandai maravigliato.
Arrossato e confuso ei rimaneva senza parola.
—Come fuggisti? parla, ripigliai con voce imperativa e scuotendolo per la pistagna.