—Signor comandante, i soldati di milordo mi hanno detto che col signor milordo sarei andato alla guerra fra poco, e un di loro mi condusse in caserma.

—Quanti fuggirono?

—Molti, ma non so il nome di tutti.

Io tenevo d'occhio le finestre, ed eglino, sogghignando, se la svignavano per la porta. Licenziai il picchetto, e il colonnello, nella probabile persuasione che quei cari ragazzi se ne fossero iti a lui in piena regola, me ne restituì alcuni. Gli altri avevano mutato nome. Quind'innanzi cessarono le evasioni: gli alunni cominciarono a capacitarsi che un tempo avvenire, ben altrimenti del recente passato, onorevole e rispettabile stava loro dinanzi, e l'Istituto procedeva alacremente e prosperava.

Incalzato dalle necessità del tempo, risoluto di partire con Garibaldi, non risparmiai fatiche e diligenze. Vedevo e constatavo ogni cosa di per me. Assistevo alle manovre, alle prove della banda musicale, alle lezioni dei professori; verificavo le provvigioni di cucina, saggiavo i cibi, vegliavo alla pulitezza delle mense e delle stoviglie, all'esatta quantità delle razioni, alla salubrità dell'edifizio e all'igiene. Sopraintendevo all'opera degli architetti e dei muratori nella riforma delle case appartenenti all'Istituto. Visitavo conventi e pubblici edifizî, per farne scelta, in vista dei seimila alunni. Mercè dei pieni poteri, provvidi largamente i magazzini d'ogni suppellettile militare. Organizzai l'amministrazione in guisa che nel maneggio del denaro, stante un reciproco sindacato, ci fossero le maggiori guarentigie. Feci arrestare un uffiziale pagatore che sorpresi nella colpa, il quale fu condannato a dieci anni di galera. All'infuori di questo fatto, fuvvi una emulazione di onestà, di abnegazione, di buon volere.

Per proteggere l'Istituto dalle possibili ostilità del governo che dovea succedere alla dittatura, lo denominai Istituto militare Garibaldi. Ed anche presentemente si legge sul frontone dello stabilimento codesta iscrizione. L'Istituto fu rispettato. Ed oltre il nome di Garibaldi lo protesse la pubblica opinione, e massime l'affetto del popolo, che guardava con orgoglio i propri figli trasfigurati in galantuomini, appellativo del ceto civile nelle Due Sicilie. Garibaldi, che n'era il vero fondatore, tenevalo sovra ogni altra cosa carissimo e lo faceva argomento delle sue speciali sollecitudini. Spesso, accompagnato dallo stato maggiore, capitava all'Istituto e ogni mattina in piazza d'armi nell'ora della manovra. Scendeva da cavallo, s'informava d'ogni particolarità, dava suggerimenti, e ordini e provvedimenti efficacissimi, ed inebbriava colla sua presenza uffiziali e allievi.

In poco d'ora l'Istituto non popolavasi di soli figli della plebe. La sua buona fama, l'entusiasmo dell'epoca che tirava all'uguaglianza, le seduzioni della carriera militare in momenti di guerra, e la non ultima attrattiva del gratis vi condussero giovinetti di famiglie civili, alcuni dei quali dell'alta Italia.

Ma non ogni cosa correva liscia. Quando l'ospizio dei trovatelli venne abolito e trasfuso nell'Istituto, Garibaldi mi raccomandò di trar partito dei maestri e dei guardiani dell'ospizio. Mi trovai quindi al tu per tu con un frate professore e confessore, e col cappellano. Ripugnavami la presenza del frate, e d'altro canto non osava dipartirmi dalle raccomandazioni del Generale. Mi gli mostrai poco benevolo, assistetti in attitudine di diffidenza alle sue lezioni, censurai il suo metodo d'insegnamento, ma egli imperterrito faceva orecchie da mercante. Gli dissi un giorno che io non poteva comportare la cumulazione di due impieghi, e ch'ei scegliesse fra la cattedra e il confessionale.

—Scelgo il confessionale.

—L'uffizio di confessore non ha stipendio: non posso stipendiare un sacramento.