L'addio

—Perchè ve ne state laggiù? mi disse Garibaldi, a pranzo, nel palazzo reale di Caserta, il dì dopo del nostro ritorno dall'infelice spedizione; accostatevi e narratemi i casi d'Isernia.

Missori, Nullo, Zasio, Caldesi ed io, nauseati della frega adulatrice e vanitosa di molti uffiziali d'assidersi in mostra vicino al generale, ci raccoglivamo invariabilmente al lato opposto della mensa.

Conoscendolo insofferente di lunghe ciarle, gli raccontai l'accaduto con succinto discorso, e il maggiore Caldesi mi soccorse felicemente rilevando con elocuzione originale i tratti comici della tragedia. A Garibaldi era noto l'evento per minuto, dal rapporto del comandante Nullo; ma volle con pensiero gentile promuovere l'occasione di manifestarcisi contento di noi, benchè battuti, come se gli ci fossimo ripresentati vincitori.

—Così il Senato Romano, io osservai sorridendo, andò incontro a
Varrone disfatto a Canne.

—Ecco il fattarello analogo! proruppe Caldesi, provocando la risata degli amici con codesta sua frase ripetuta ad ogni passaggio erudito che io, per aprirgli la vena faceta, andava con istudiata frequenza innestando nelle nostre conversazioni.

E proseguì:—Generale, i disastri di Caiazzo e d'Isernia sono le tinte scure che danno risalto alla luce delle vostre vittorie, e provano che si vince solo quando voi guidate.

—Fistolo! io esclamai. Non ti sapevo così perito nell'arte del cortigiano. Sembri un gentiluomo di camera di Luigi XIV.

—Altro fattarello analogo! replicò egli distraendo, col gradito ritornello, l'attenzione dal suo inusitato volo pindarico.

—Il vostro infortunio, notò con gravità il marchese Trecchi, largamente riparò per vostra consolazione il vincitore del Macerone, che il generale nell'ultimo proclama c'invita ad accogliere come fratello.