Serratiglisi intorno cinquanta uomini delle due compagnie, ond'egli campeggiava in Carpinone, le quali nella sùbita invasione dei cafoni alla schiena si sparpagliarono, Zasio tentò con vano impeto la calata sull'osteria nel momento della mischia. Riguadagnata la vetta e travagliato dai nemici postati in luoghi inaccessibili, destreggiossi, con avvedute e ardite evoluzioni e con felici scaramuccie, la notte e il mattino fra boscaglie e valloni e rupi, conducendo due terzi della brava coorte alla stanza sicura di Cantalupo.

Alle due Nullo rassegnò la riaccozzata colonna sulla piazza di Bojano.
Duecento uomini muti all'appello, e sei dei quattordici distaccati dal
quartiere generale del dittatore. Il giorno successivo ripartimmo per
Campobasso.

In casa dell'ospite X…, a cena, spiegando la salvietta, ciascheduno di noi vi trovò entro un pugnale di finissimo acciaio con la scritta all'acqua forte, vendetta. Era lavoro d'una fabbrica d'armi bianche di Campobasso giustamente famosa nelle Sicilie, ignorata altrove, e dono simbolico di Silvia, presente e malata.

L'indomani sera in teatro, a mezzo dell'opera, i cantanti intuonarono l'inno di Garibaldi. L'intendente De Luca dal palchetto troncò quella musica, gridando:

—Basta, basta, non più inno. Viva il generale Cialdini, vincitore dei Borbonici e dei cafoni al Macerone presso Isernia. Viva il re galantuomo!

Prima ingratitudine contro il Liberatore, di cui la serie la palla d'Aspromonte non chiuse.

Noi tumultuando urlammo Viva Garibaldi! Rivolemmo ostinatamente l'inno, e l'inno fu cantato e ricantato.

Tornando a Caserta, il maggiore Caldesi mi fece:

—Ora credo anch'io puro sangue sannitico i cafoni del Molise.

VI.