Colà la gola si spalanca, la consolare cala dalla costa all'alveo del Tiferno e lo traversa; i tiri sempre più discosti e innocenti grado grado cessarono. Conceduto qualche respiro ai cavalli e acceso il sigaro:

—Senza di lei, mi fece Pietro, partito fra l'ammirazione e la gioia, io non ci sarei passato per Dio! e non so chi altri ci sarebbe passato. Ora possiamo contare d'essere nati due volte a questo mondo.

Nondimeno sino a Cantalupo sovrastava il pericolo d'un'imboscata, e benchè si progredisse in sull'avviso, estimavamo oggimai un gingillo qualunque sbaraglio. Ma la consolazione d'avere campata prodigiosamente la vita in tanto frangente ci amareggiavano il ricordarci degli amici trucidati, l'ignota fine dei rimanenti e la scena nuova per noi della sconfitta. Contristati dalla pietà, dalla incertezza e dall'umiliazione, a mezzanotte s'entrò in Bojano. Sulla piazza, una pattuglia della guardia nazionale ci fermò e le chiedemmo ansiosamente novelle e risapemmo che alcuni erano arrivati. Smontati alla stalla, sparsa di cavalli sdraiati con tale abbandono che parevano spirati, volai alla casa del gentiluomo, con cuore trepidante. Sedeva egli sul letto, sgomento e livido come una larva, con l'orecchio teso, immaginando cafoni ad ogni ala di vento. Eppure, memore dell'ingrato scherzo di Maddaloni e della catilinaria della vigilia, nel rivedermi dopo la dispersione e la ruina, un lampo di soddisfazione guizzò negli occhi incavati, e un fuggitivo sogghigno gli contrasse gli angoli della bocca. Ne l'ho redarguito più tardi; per allora gli dimandai affannosamente degli amici. Entrato nella stanza indicatami, trovai Nullo corcato e Sottocasa da Bergamo, guida. Eglino a me ed io a loro sembrammo apparizioni. Mi raccontarono sommariamente che il maggiore Caldesi posteggiò alla volta di Campobasso per trasmettere un telegramma a Garibaldi, che nulla sapevasi del capitano Zasio, che quasi metà delle guide perì nella ritirata, e che appena un'esigua porzione della colonna fin'allora chiappò la riva.

—Un'ora prima del tramonto, continuò Nullo, circuiti e stretti da ogni canto, rompemmo violentemente il circolo degli assalitori davanti all'osteria, percorremmo la consolare, sotto un fuoco di fila a dieci passi durante cinque miglia, sino al di qua di Castelpetroso, pestando e ferendo quanti s'ardivano sbarrarci la via. Gl'infami assassinarono in carrozza Bettoni e qualche altro ferito, Lavagnolo e l'ordinanza del maggiore che li scortavano.

—Li trovai, interruppi, cadaveri e spogliati.

—Mori, ripigliò egli, ebbe ucciso il cavallo, e aggrappatosi alla coda d'altro cavallo venne atterrato e spento di moschetto e di pietra. Il piccolo drappello lottando con valore e con calma sopravvisse in parte all'eccidio con sì meravigliosa fortuna che tuttavia parmi una illusione. Non so comprendere come quegli astuti villani non abbiano asserragliato la strada, e spiego la singolare fortuna nostra congetturando che tirassero al cavaliere, avidi del cavallo. E per ciò e per la velocità e per l'audacia radi colpi percossero.

—A me però, disse Sottocasa, all'uscita di Castelpetroso ammazzarono il cavallo, ed io rimasi confitto in terra colla gamba destra sotto il suo ventre. Inutilmente mi sforzai d'estrarnela, e frattanto assistevo all'andirivieni dei cafoni sul ciglione, intesi a tirare sui trascorsi, o in attenzione di nuovi vegnenti. Essi non m'uccisero forse perchè, vittima certa, mi riserbavano a più studiato supplizio; quando dopo mezz'ora d'agonia, in un sussulto estremo del cavallo che moriva, cavai la povera gamba lacera e schiacciata. Trascinatomi a quattro zampe fino al margine della consolare, diroccai a valle. Di laggiù, tutto ammaccature e guidaleschi, zoppicando e dolorando, in cinque ore feci le dodici miglia sin qui.

Anch'io li ragguagliai delle mie avventure, lumeggiando in ispecie il serafico candore ond'erami sorbita la certezza della vittoria, e la brama, condita d'una dose di vanità, di far rapporto al comandante delle mie gesta, di cui già avevo ordito la tela della narrazione e composto il riepilogo sullo stile di Tacito: il nemico rovesciato in Isernia, le alture occupate, la via a Castel di Sangro liberata. Così eglino, in mezzo alle tragiche imagini di quella giornata, sorrisero un tantino alle mie spese.

Al tocco ci demmo la buona notte. Dopo sedici ore di sella, e digiuno, mi addormentai sul sofà nell'atto di svestirmi, e alla dimane trovai una braca e uno stivale cavati e una braca e uno stivale calzati.

Nella notte e al mattino capitarono nuove genti, ma nessuna traccia ancora di Zasio. Passeggiando sul mezzodì verso il Tiferno, mi occupava molto pensiero di Silvia.—E s'ei fosse morto, io mi chiedeva, che avverrà di lei? come celarglielo?—Mi figuravo la bellissima donna, desolata, impazzita; mi sentivo pieno il cuore di compassione e di malinconia.—Fin da ier sera ella sa certo del nostro disastro, e il maggiore avrà pure dovuto in un modo o nell'altro confessarle d'ignorare il destino di lui.—Ma le dimande, le risposte, le supposizioni, la pietà, ond'ero agitato, sospese il trotto d'un cavallo sul ponte. Ravvisai immantinente il giovine capitano.