—Andrò, risposi, se uno di voi assume il comando in luogo mio. Promisi d'essere primo nell'entrata di Castelpetroso e sarò primo. Ad ogni modo qui siamo tutti ugualmente primi.

Io e Pietro all'antiguardo, e i tetri guerrieri ci tenean dietro lentissimi. Oltrepassato in pace il casolare, eccoci al fine a Castelpetroso. Costrutta a tre quarti della montagna ripidissima, Castelpetroso è una borgata lunga oltre mezzo miglio, tortuosa e solcata dalla consolare. In quella notte vi si attendarono effettivamente due migliaia di cafoni, perchè punto strategico.

A un gomito della strada arrestai i seguaci, e li arringai di nuovo quanto più calorosamente mi venne fatto. Frattanto i posti avanzati dei cafoni, impediti di offenderci coi fucili, perchè ivi il monte, ergendosi a picco, ci cuopriva, rotolarono sassi e macigni che ci rovinavano addosso; allorquando da un cespuglio di faccia, appartato dalla consolare, s'intese il chi va là? Pietro chiesemi che cosa dovesse rispondere.

—Rispondi: Viva l'Italia! No: Viva Garibaldi! Capiranno meglio.

Replicarono alla nostra risposta con un colpo di fucile che chiamò all'armi le masnade.

—Amici, così io parlai; ora alla prova. Avanti! Viva l'Italia! Io vi precedo. I sassi piovuti feceli titubare, la carabinata li distolse dalla forte risoluzione, e retrocedettero. Indirizzatomi a Pietro, gli dissi:

—Vieni tu?

—Vengo.

Vôlto un pensiero d'addio alla moglie mia, mi spiccai al galoppo.

Il nemico, schierato sul ciglione che costeggia da un capo all'altro della borgata la consolare serpeggiante, ci aspettava coll'arme puntata. Una scarica di prospetto ci salutò nell'ingresso, e, girato l'angolo, fummo tempestati di fianco da un turbine di palle a brucia pelo. Pietro, che galoppava alla mia sinistra, giudicò prudente di porsi alla dritta, ond'io coprendolo gli fossi schermo, ed attuando questa manovra mi levò dal piede una staffa. Inefficace precauzione, imperocchè nel descrivere le curve e gli angoli della contrada, eravamo talora fulminati e di fianco e di faccia e da tergo. Un getto continuo di cartucce accese, tanta era la propinquità degli offensori, balenava per ogni verso intorno a noi e ai cavalli. Agli spessi volgimenti aggiungevasi il forte pendìo che ne costringeva a rallentare il corso, e ci offrivamo al nemico più continuo e più agevole obbietto. Il mio cavallo, sempre irrequieto e indocile nei combattimenti, quella notte, forse penetrato della gravità del caso, aveva messo giudizio e filava diritto come una freccia. Intanto si andava avanti. Pietro impugnava uno spadone, io la rivoltella per farci largo nella possibilità d'un assalto sulla via; e studioso dell'equilibrio mi occupavo nel tempo stesso a tirare or da un lato ora dall'altro il panno che m'ero già tolto di dosso e avevo posato sul collo del cavallo: la cura della umidità del di poi e della febbre probabile, mi distraeva dal fuoco attuale e dalla morte certa. I cafoni, irritati di non vedermi cadere malgrado i cento e cento colpi, raddoppiarono di lena coll'appendice delle feroci imprecazioni, degli ululi furibondi, e ne intesi anche di donne. Era un tumulto. Sulla fine della borgata la strada sviluppasi in emiciclo nella congiunzione di due monti, ove le offese nemiche allentarono. In capo ad esso un cavallo ucciso ingombrava il passo: quel di Pietro trascorse senza difficoltà, ma il mio, affetto dal ribrezzo del confratello estinto, rinculava, dava volta, impennavasi. Il nemico, profittando dell'intoppo, mi bersagliò con tiri convergenti e gettossi sulla strada per afferrarmi. Finalmente, più del ribrezzo, potendo sull'animo della sconsigliata bestia la logica degli speroni, si risolse di saltare il morto e di conservare due vivi.