—Ferma, amici, amici.

Era un pugno di sbandati, fra i quali parecchi uffiziali. Non appena io pronunciai alcune parole, mi vennero udite dall'alto le seguenti esclamazioni.—Ah! signor Alberto! signor Alberto! il mio padrone! E sento un uomo balzare da un enorme masso sulla strada e dietro di lui un cavallo fare il medesimo salto senza fiaccarsi le gambe. Strettemi le ginocchia, quell'uomo ripetè con traboccante emozione:

—Ah! signor Alberto! vivo! ora sono contento!

Era Pietro di Bergamo, il mio soldato di ordinanza.

Sei o sette di loro contemporaneamente s'industriarono di chiarirmi sulle vicende della giornata. Sfogato il naturale talento di spassionarsi in massa, mi furono cortesi di favellare uno alla volta. E narrarono che altri trovossi sul colle di Pettorano, altri all'osteria, e Pietro con lo stato maggiore. Appresi adunque che il battaglione regio e le due ali cafoniche marciavano da Isernia in arco di cerchio, di forma che la sinistra toccando il monte di Carpinone e la destra investendo la pendice di Pettorano, il battaglione nel centro figurava in seconda linea, e che intanto un secondo corpo di gendarmi uscito dalla opposta porta d'Isernia, per celati sentieri irruppe su Pettorano di fianco, appoggiato dalla manovra simultanea della mentovata ala destra. Quest'ultima operazione eseguitasi mentre il comandante e noi del suo seguito si assaliva a cavallo il battaglione del centro, i difensori di Pettorano, avviluppati da due fuochi, separati da Nullo, che avrebbeli coll'esempio trattenuti o tratti in opportuno luogo, diedero volta a passo accelerato. La discesa sulla consolare e il ricongiungimento con gli amici furono loro vietati dalla presenza di ben tremila cafoni in armi, i quali, sbucati dai versanti esterni della doppia riga di monti e calativi per primi, preclusero da tergo il passaggio.

Laonde, la scarmigliata colonna, offesa per ogni verso, arrampicossi sulle scoscese sommità con un filo di speranza di ridursi almeno in parte a salvamento. In questo mezzo, riedeva Nullo per difendere Pettorano, ma, pervenuto all'osteria, grosso nerbo di gendarmi e di cafoni dalle finestre e all'aperto, lo accolse con un fuoco micidiale. Ricostituita, in mezzo alle palle borboniche, la retroguardia, già trabalzata dall'osteria, e le guide, con ripetuta irruzione saggiarono indarno di schiudersi il varco. Allora la scorata retroguardia rifugiossi al monte, ripromettendosi la compagnia degli accampati in Carpinone. Nullo, il maggiore Caldesi e sette guide, rimasti deserti, spronarono i cavalli nella folta dei nemici, e mercè di quell'impeto, di minacciose grida, di sciabolate e di colpi di rivoltelle passarono oltre, ma poco più in là urtarono nella moltitudine dei cafoni, e se ne ignora la sorte. Pietro, impedito di seguirli, dovette cacciarsi col cavallo alla montagna, e fra balze e greppi penosamente si trascinò là ove lo rividi. Se non che, la terribilità della situazione non era la morte, giudicata inevitabile, sibbene il modo della morte. Quegli spietati non accordavano quartiere, e i caduti nelle loro mani, o feriti o sani, lentamente uccidevano.

Durante l'esposizione della lacrimevole istoria, io meco stesso andavo indagando le cause del disastro, e parevami che Nullo, scambiato il temporeggiamento col tempo perso, errasse scostandosi dalla posizione gagliarda di Castelpetroso, prima d'avere munite le spalle e addestrata al fuoco la schiera novizia; e poscia, anteposto all'utile coraggio la temerità perniciosa, errasse dipartendosi, per avventarsi col suo stato maggiore sul nemico, dal battaglione di Pettorano. Lui presente e i suoi, la pendice non sarebbe stata perduta, nè Pettorano presa senza combattimento, e, in ogni ipotesi, egli avrebbe potuto colorire il disegno d'invertire l'ordine della guerra trasferendosi, con movimento obliquo, sulla consolare di Castel di Sangro, mentre le maggiori forze nemiche adunavansi su quella di Bojano. I nostri di Carpinone ne avrebbero agevolato la riuscita.

Esaurite le informazioni e le considerazioni, io così parlai a quella banda di afflitti:

—Strettamente recinti dal nemico cento volte più poderoso di noi, impossibile la resa perchè esso tortura e scanna i prigionieri e perchè i garibaldini non si arrendono. Noi siamo perduti. La fortuna ci ha riserbato questa fine, ma la nostra volontà ce la farà subire con infamia od affrontare con onore. Probabilmente la notte persuase il nemico di raccogliersi in Castelpetroso, ov'egli aspetterà le vaganti reliquie della nostra legione che tentassero il ritorno, sinchè il nuovo sole gli conceda di trucidarle per la campagna. Lo stato disperato v'ispiri il coraggio della disperazione. Vi propongo che ci apriamo il passo di Castelpetroso con la baionetta; io mi porrò in testa di colonna. Uniti e risoluti, qualcuno di noi potrà escirne vivo. La via dell'onore è anche la via della salute. Avanti!

Scossi e riscaldati dalla mia concione, benchè adagio, mossero i piedi e mi tennero dietro. A mezz'ora di là, c'imbattemmo in una carrozza rovesciata sull'orlo della consolare, senza cavalli. Era la carrozza, ch'io feci noleggiare a Caserta da Pietro. Dinanzi ad essa giaceva il vetturino immerso nel proprio sangue, che si dibatteva nell'ultime angosce della morte. Poco più giù, sulla china, stavano supini varî cadaveri ignudi; alla luce di fiammiferi ravvisai Bettoni di Cremona, ferito sotto Pettorano, sottotenente delle guide, Lavagnolo di Udine, Mori di Mantova, guide; il soldato d'ordinanza di Caldesi e alcuni altri che non riconobbi; tutti trafitti da arma bianca. Solo il cencioso vetturino era vestito. M'accorsi che il miserando spettacolo svigorì gli animi della mia squadra. Pur nondimeno si andò avanti, io vuotando il sacco delle buone ragioni, e Pietro associandovi alcuna salutifera piattonata sui renitenti. Un'ora di più, e spuntarono sul basso della strada varie case della fatale borgata, distaccate da essa un quarto di miglio; ce le indicarono le striscie di luce uscita dai balconi socchiusi. Io chiamai quattro dei più intrepidi a precedere la colonna in due coppie a cinquanta passi per esplorare la strada e antivenire una sorpresa, con ordine di ripiegarsi sulla nostra fronte in prossimità della borgata. Faticosamente potei deciderli a venti passi, e in qualche minuto, indietreggiando, si rimescolarono con gli altri. E a me che ne li rampognava, una voce ostile mi saettò che invece di mandare avanti altrui, vi andassi io stesso.