—Tu m'inganni ed io t'ucciderò. Dissi e montai il cane della rivoltella; indi soggiunsi:
—Precedimi a Pettorano. Mossi il cavallo; e il contadino a me:
—Arrestatevi, signore; v'assicuro che là trovate i gendarmi, e v'incamminate alla morte. Se volessi ingannarvi, vi direi—andiamo.
—Ebbene, va a verificare di nuovo, io t'attenderò ai piedi della salita; giurami sull'ostia sacra che ritornerai e mi riferirai la verità; io ti regalerò due piastre.
—Giuro e vado per accontentarvi; ma i gendarmi ci sono come voi siete qui.
Parevami codardia lo scendere, eppure trepidando sulla sorte della mia schiera e risoluto di raggiungerla, scesi. Venti minuti appresso ricomparve il contadino a riconfermarmi il fatto terribile. Dategli le due piastre e stesagli la mano, lo ringraziai stupefatto assai più della sua generosità che della nostra disfatta. Egli, separandosi da me, mi augurò buona fortuna e mi consigliò di pigliare la cima dei monti. Io mi avviai verso le colline d'Isernia al mio manipolo. Ma a poca ora di là l'incontrai sgominato e atterrito e assottigliato; nel riconoscermi, quei miseri, si racconsolarono alquanto, e riseppi che un'ora dopo la mia partenza un nugolo di nemici fece impeto sulla collina, e ne li ributtò all'arma bianca, perseguitandoli.
Io li ragguagliai della situazione, e gl'invitai a seguirmi verso Bojano, sulla consolare, aprendoci la ritirata con la punta della baionetta.
—La ritirata di soldati garibaldini, conchiusi, deve risolversi in un assalto.
Nativi del Molise quei volontarî, pratici dei luoghi, m'invitarono alla loro volta di lasciare il cavallo, di montare sulla cima delle montagne, e di cima in cima riparare a Bojano con minore pericolo.
Risposi che in quello infortunio non erami grave il morire, che avrei stimato viltà abbandonare il cavallo, e che preferivo la morte affrontando il nemico, alla salute evitandolo. Eglino non pertanto presero l'erta, ma, divisi nell'opinione, si divisero per le opposte montagne, ed io soletto voltai e mi mossi sulla consolare. Percorse due miglia, la gola allargandosi s'impaluda ed esala miasmi crudeli. Afflitto dalla febbre perniciosa nel settembre e paventandone la ricomparsa, balzai in piedi, tolsi, disotto alla sella, il panno e me ne feci mantello. Radi colpi di moschetto disturbarono di poco il mio viaggio. I cafoni sicuramente si concentrarono alla termopile di Castelpetroso. Procedevo al passo per non istancare il cavallo travagliato da nove ore d'incessante lavoro, serbandolo al supremo esperimento. Un miglio ancora e m'apparve sulla via biancastra una macchia nera. Dapprima la giudicai un albero abbattuto, ma il rumore dei passi di gente armata sul dosso soprastante m'indusse a crederla un gruppo di cafoni. In qualche minuto mi s'intimò l'alto, chi va là? A cui, Viva l'Italia! gridai, e mi spinsi avanti al galoppo.