—Caro don Pietro, il lavoro indefesso, ininterrotto, variato, ascendente, occupa il loro spirito, e la sera la materia affaticata fa un sonno solo, e senza sogni, fino all'alba.

—Voi avete ragione. Se non che, nella mia qualità di prete, ricorderò con tutto il rispetto, che la Chiesa comanda che la confessione…

—Qui comando io.

—Senza dubbio. A proposito, dimani è domenica. A che ora desiderate, signor comandante, ch'io dica la messa? Non se ne celebrò ancora una sola per questi ragazzi, dacchè l'Istituto esiste.

Ad un mio movimento d'impazienza il cappellano, addolcendo sensibilmente la voce, soggiunse:—Veramente in tanta furia di lavoro non avanzava tempo nè spazio per la messa. Io, credetemi, mi presi licenza di riparlarvene nell'interesse dell'Istituto medesimo, che sta tanto a cuore al dittatore e a voi.

—Penso che la messa presupponga la chiesa, e la chiesa deve ancora fabbricarsi. Se ne discuterà quando le finanze dello Stato saranno più floride.

—In prova della mia devozione a voi, non debbo tacervi che i parenti mormorano di già.

—So, don Pietro, che vi gradiva più l'ospizio dei trovatelli che non l'Istituto militare. Nessuno mormora. I fanciulli affluiscono sì numerosi che rimandai al mese venturo l'accettazione di cinquecento di loro per mancanza di spazio. Don Pietro! seguite un mio consiglio: acqua in bocca. Sapete che ci sono molti aspiranti alla nomina di cappellano.

—Signor comandante, mi raccomando a voi. Per mostrarvi quanto siami prezioso l'Istituto, mi vi offro da capo lettore gratuito di storia.

—Io nominerò ai vari battaglioni cappellani, che ammaestrano gli allievi ad amar gli uomini, l'Italia, la libertà, e che gl'imbevano di feconde e virili massime di morale. Quand'eglino potranno pensare da sè medesimi, adotteranno quel culto che a loro parrà migliore; ascolteranno la messa del prete, o il sermone del pastore, o la voce solitaria e spontanea della coscienza. Non ignorate che s'entra in questo Istituto senza la fede di battesimo.