Il cappellano, che ha capito il mio latino, temendo di perdere il comodo alloggio e la paga di capitano, trovò modo di salvare la fede e il salario col benefizio d'una distinzione e d'una seconda intenzione.

—Signor comandante, disse, la disciplina militare e la legge canonica m'impongono di obbedire ai superiori. Le vostre idee non contraddicono alla mia fede; soltanto non sono tutta la mia fede. La differenza fra ciò che voi volete e ciò ch'io credo verrà giudicata da Dio. Signor comandante…

In questo punto il portiere entrò con un biglietto che mi chiamava al padiglione.

—Dimattina, così il Generale, non assisterò alla manovra dei ragazzi.
Fui invitato a colazione a bordo d'un vascello inglese. Volete venire?

—Grazie, Generale; dimattina devo comporre il secondo battaglione e inaugurare il bersaglio dell'Istituto.

—Visitaste la villa dei Gesuiti?

—Sì, Generale. Vasto e grandioso palazzo, ma troppo lontano. È già lontana, benchè al paragone vicinissima, la splendida villa Airoldi, che mi permetteste di occupare. Benchè capace di 400 alunni, vi rinunciai, anteponendole il convento di San Polo.

—Appunto a causa di San Polo vi chiamai qui. Per la terza volta la sorella di Rosalino Pilo, monaca di questo convento, mi fa istanza premurosa che il convento venga restituito. Come posso dir no alla sorella di quel prode che mi precorse e morì? Cercate altro luogo. Ne avete tanti a vostra scelta!

—Mi rincresce, Generale; temo sia tardi per appagare il voto della sorella di Pilo…

—Perchè? m'interruppe egli alquanto irritato.