Tale risoluzione diminuiva di non poco le mie difficoltà. Erami ancora mestieri rendere conto formale della amministrazione, e appianare il cómpito al mio successore, riassettando il meccanismo dell'Istituto. V'impiegai quattro giorni di assiduo lavoro, ed arrivai in Milazzo a battaglia finita.

Battevano le otto pomeridiane, e Garibaldi dormiva.

Nell'uscire dal quartier generale intesi chiamarmi dal maggiore Mosto, appoggiato ad un balcone di faccia.

Varcata la soglia d'una grandissima porta, mi trovai nel chiostro d'un monastero mutato in ospedale. Salii: nei lunghi corridoi poca paglia o qualche rara coperta erano letto ai feriti più avventurati; gli altri giacevano sul pavimento col capo appoggiato alla bisaccia del pane, unico guanciale. C'erano feriti dei due campi.

Strinsi la mano a Mosto tutto polveroso, rotto dalla fatica e triste, congratulandomi di ritrovarlo vivo e sano.

—È andata bene! gli feci; narrami.

—Vincemmo, ma a caro prezzo. Il mio corpo decimato secondo il solito.

—Come si diportò Ungarelli?

—Da valoroso.

—E come dubitarne? Ho gran voglia di rivederlo.