—Il comandante lo sa.
—Appiattandoci dietro il ciglione superiore alla strada, potremo, benchè pochi, cogliere all'impensata il battaglione nel suo passaggio, fulminarlo a bruciapelo, sbaragliarlo e vendicarci dell'impresa mancata.
—L'ordine preciso è di guadagnare la montagna. Terremo però d'occhio il battaglione, per tutelare i nostri se in ritardo. Cerchiamo una guida al primo casolare.
—Ne ho due meco.
Collocate sentinelle morte a corta distanza dalla strada, volteggiammo sulla sinistra sin che avemmo certezza che il grosso della colonna pervenne in sicura parte e che il battaglione passò oltre. Poscia, rivalicato il torrente, si cominciò l'ascesa per luogo dirupato e talora quasi insuperabile, figurandosi a parapetti. Se il buio e l'esagerata opinione delle nostre forze, siccome risapemmo dai prigionieri, non trattenevano il nemico dall'inseguirci, eravamo perduti. In quei frangenti desideravamo le scale che, diventate impaccio, furono abbandonate. Montando l'uno sull'altro, superammo i parapetti. All'ultimo dei nostri rimaso si sporgeva dall'alto un fucile ch'ei afferrava a due mani, e, stampando passi scivolanti sul parapetto, venivagli fatto di alzarsi sino alla portata delle braccia d'altri soldati che tiravanlo al nuovo stadio. Affranti dalla fatica, grondanti di sudore, si proseguì fino a notte alta quel sentiero da camosci. Gradualmente alleggerito l'animo dell'angoscia per la non riuscita spedizione, abituati, come si era, alla vittoria, e pel temuto corruccio di Garibaldi, si tirava innanzi esilarati di tempo in tempo da qualche facezia dei soldati, molti dei quali studenti d'università.
—Una capanna! esclamò uno di loro dall'altezza del nuovissimo parapetto. La speranza di trovarvi acqua da bere balenò quasi raggio di luce ricreatrice, quando si intese uno sparo di fucile, ripercosso di monte in monte. Subitamente ciascuno pose mano alle armi.—Cosa da nulla, disse un soldato in dialetto veneziano: nel porgere il fucile lungo il parapetto, partì la botta e mi forò la mano. La palla aveva trapassato il palmo della mano. Gli diedi la mia pezzuola per fasciare la ferita e lo condussi alla capanna. Il solo medico della spedizione trovavasi col comandante. Il ferito, curato ivi alla meglio, continuò intrepido la marcia, abbastanza disastrosa.
Un lumicino di ferro d'un becco, appeso ad un candeliere di legno ricurvo, rischiarava con torbidi getti di luce la lurida e negra stanza della capanna, appestata dall'odore di antica fuliggine che l'ampia gola del camino esalava. Non valsero le nostre parole e la cura d'ingentilire la voce a rassicurare una donna ed una ragazza, rannicchiate sovra un giaciglio di paglia fradicia, le quali il singulto quasi soffocava, perchè invitammo il marito e padre di guidarci per miglior via. Non le vinse la pietà del ferito, non le acquetò qualche moneta d'argento gettata loro in grembo, nè il risaperci garibaldini e liberatori. Garibaldi e la libertà erano una persona ed un'idea ignote in quella capanna. Le insolite armi in quella inviolata solitudine ed in quell'ora della notte privolle d'ogni senso di ragione.
Il pastore, che vide seguìto il suo insistente rifiuto di accompagnarci dalle minacce, ed avvertì in due paia di piedate sufficienti un principio d'esecuzione, si risolse di vestirsi. Inforcate le brache di spelato frustagno, mozze al ginocchio, calzò due sandali, di cimossa la suola e il tomaio, foggiati a punta ritorta e legati con fettuccie a treccia intorno al collo del piede, ond'ei camminava queto ed inavvertito come il Sonno dell'Ariosto che ha le scarpe di feltro. Indi, messo un cappello conico di panno nero frusto, orlato di velluto, dal cui vertice svolazzavano due liste pure di velluto, e preso sotto il braccio un corto gabbano, disse addio alla moglie ed alla figlia, le quali, prorompendo in acute strida, si strinsero l'una l'altra convulse e disperate.
Sui muti passi del pastore ripigliammo il tribolato viaggio per viottoli più agevoli. Presso la prima ora del mattino il cielo principiò a rasserenarsi; potevamo scorgere la vetta sospirata, a cui dovevasi arrivare. Vedevamo la lanterna di Cariddi ai nostri piedi e più lontano lunghe strisce luminose che c'indicavano Messina, e più lontano una piramide immensa e scura che sembrava sorreggesse l'arco del cielo, ed era l'Etna. La notturna brezza, l'aria fine, la vista dell'orizzonte ci rinfrancarono le forze semispente.
Si procedeva spediti, perchè nessuno di noi possedeva sacco o cappotto o panno: non avevamo impicci d'ambulanza, nè di viveri, nè di munizioni, e nemmeno di sigari.