—Il nostro nome è legione!
Frattanto mi venne udita una vivissima moschetteria e poco dopo un colpo di cannone dal forte. Ordinato al cocchiere d'andarsene, augurai la buona notte ai viaggiatori, trattenendo le due guide.
—Eccoci scoperti, pensai; l'impresa fallì; non ci avanza che di vendere cara la vita. Raccolti i miei, mossi verso il forte in linea obliqua per comunicare col resto della colonna, che giudicai in grave pericolo, avendo alle spalle il mare, e per vigilare ad un tempo l'arrivo del battaglione nemico. A breve tratto di là rovesciai e dispersi una pattuglia borbonica alla baionetta, traendo due prigionieri. Un momento appresso mi fu segnalato un drappello di soldati all'alveo del fiume. Invertita la fronte e avvicinatici l'un l'altro:—Chi va là?—Calabria—Messina: nostra parola d'ordine. Il maggiore Missori e le guide.
—Che c'è di nuovo?
Ed egli:—Venuti per sorprendere fummo sorpresi.
—Ed il resto della colonna?
—Muove parallelamente alla montagna.
—Ma come accadde che il nemico s'accorse di noi?
—Il comandante non sapeva nemmeno ove giacesse il forte. I cacciatori Bonnet, i quali formavano la sinistra, spintisi fino alla cinta, s'imbatterono in una grossa pattuglia.—Arrendetevi, disse l'ufficiale. La pattuglia rispose con una scarica a pochi passi. I nostri d'un balzo le si avventarono addosso e la ributtarono precipitosamente nel forte, malconcia e scemata. Portata la notizia colassù, tuonò il cannone d'avviso. Ecco quindi in vista i fanali di due vapori da guerra.
—A momenti un battaglione di regii avvilupperà tra due fuochi il corpo del comandante e fors'anche il nostro.