Scendemmo in trenta, e, scambiate alcune carabinate, con una corsa alla baionetta disgomberammo il sito, e mercè della sinuosità del terreno, delle piante, dell'oscurità crescente, traemmo in salvo pecore, cerotti e pentole. Quindici al trasporto e quindici alla difesa. Non si lasciò indietro nè un'oncia di carne, nè una benda. Qual cena rapita ai cacciatori napoletani lassù! in quella solitudine senza tempo tinte!
Troppo affaticati per consolarci di essere riusciti nello scopo prefisso alle nostre operazioni militari, adescando sui nostri passi cotanto nervo di nemici, abbiamo dormito tre ore. Altri però, non io, dormì. Il freddo crudissimo s'impossessò senza misericordia della mia povera persona, protetta da un paio di calzoni di tela e dalla camicia rossa. Due guide, Stradivari e Lena, stavano accovacciati a me da lato sotto una grama coperta. Lena mi raccontò che, sospeso tra la veglia e il sonno, io protendeva le braccia tremanti e irrigidite verso la coperta coll'ansia del naufrago, e che egli, vinto dalla pietà, me ne stese un lembo sulle ginocchia. Ricordo che in quella notte implorai la morte come gran ventura; avevo la sensazione
«Dell'infinita vanità del tutto;»
e la convinzione che mi sarei lasciato tagliare a pezzi dai Napoletani, impotente, non dirò di difendermi, di muovermi. Il mio pensiero pareva anch'esso gelato come le membra. L'ultima e forse l'unica cosa pensata fu che Cocito, ove si gela, era troppo più terribile pena di Malebolge ove si brucia, e che Dante se ne intendeva.
Trascorse quelle tre ore assassine, venne comandato di rimettersi in viaggio. Fatti venti passi a guisa d'ubbriaco, ricuperai via via l'uso delle giunture e della coscienza, e ridiventai me stesso. Si camminò indefessamente tutta la notte, e fra le altre contentezze si dovette guadare un torrente sino all'inguinaia, ma, rincalorite le membra, non ci si abbadò gran che. Abbiamo corso il tramite d'una freccia tra quelle foreste e quei valloni verso mezzodì, per isguizzare dall'abbracciamento stimato inevitabile del destro corno borbonico.
La sùbita partenza ci crucciò soltanto in causa della munizione. Temevamo che il nemico l'avesse sorpresa strada facendo, e per giunta avesse fucilato i portatori. Non potevamo attenderla a Pedavoli senza essere tagliati fuori da Aspromonte, senza smarrire l'obbietto delle nostre manovre.
Il momento era grave. Il nemico, dieci volte più poderoso, c'inseguiva come un limiero. Qualche giorno ancora e avrebbeci presi o gettati in mare. Impossibile nè voluta una contromarcia al nord. L'opportunità e la fortezza dei siti rese inutili dal difetto delle munizioni. O cedere o morire. Il dilemma sfolgorava dinanzi agli occhi ardente e inesorabile. Spartite le poche vivande della casa dei Forestali, furono scarsa colazione. Nessuna speranza di mule per il desinare. La vigilia si mangiò una sola volta, il mattino, in Pedavoli. E la dimane? E il giorno appresso? Abbandonando l'altipiano dovemmo dire un mesto addio alle patate. Sulla massima altezza di Aspromonte, nella più stupenda foresta di pini veduta da me, le pigne vennero invece di patate. Taluno susurrò di travestimento, di discesa all'opposta marina, e di veleggiamento alla chetichella per Catania. Tal'altro mostrò buon viso alla capitolazione offertaci dal nemico dianzi:—trasporto in Sicilia armati—onori di guerra. Ma codeste pusillanimi ciarle senza conseguenze, derise e respinte da altre ciarle contradditorie, interruppe un grido prolungato d'entusiamo riecheggiato per la pineta.
Due intrepidi abitanti di Pedavoli, conducendo tre mule cariche, seppero schivare il nemico, deluderne l'attenzione, e con travagli incredibili camminando giorno e notte per sentieri assurdi, portarci cartucce e pane.
—Credete che il pane sia avvelenato? io chiesi sogghignando a
Plutino.
—Perchè?