—E chi salverà gli abitanti dalla vendetta del re?

—Noi, deliberati di combattere sino all'ultimo fiato, e Garibaldi che verrà fra poco. Non sentite l'aura ispiratrice delle grandi cose? Non vi seduce la gloria che questa piccola terra abbia, per prima al di qua del Faro, osato bandire il diritto umano e il diritto della patria italiana in danno e in onta dell'esosa stirpe che da centotrent'anni disonora il nobile popolo meridionale? Non vi sorride l'onore di associarvi il nome vostro?

A queste parole il sangue fluttuava alla testa del brav'uomo; goccioloni di sudore gli colavano dalla fronte; le sue obbiezioni divenivano più fiacche; io lo urgeva, se non con potenza d'argomenti, certo con molto gesto e con fervidezza di sguardi e d'accento. Finalmente egli se n'andò sclamando: «Vedremo!» Raccolse subito il Consiglio comunale. Entrarono i padri coscritti in brache corte, in sandali, in cappello conico, in manica di camicia, colle mani callose, colla pelle abbronzata, ma col cuore schietto e chiuso al timore. Un'ora di poi s'udì il tamburo che chiamava il popolo a comizio.

Dal balcone del comune il sindaco, circondato dai padri, proclamava il governo nazionale. Tuono d'assensi, applausi e pubbliche allegrezze.

—Voi, mi stillò all'orecchio l'indomani il prudente colonnello Plutino, al quale non gradivano forse questi atti d'indole popolare, vi addossate con troppa leggerezza la risponsabilità di vedere probabilmente raso il borgo e trucidati i borghigiani.

—Non avrò tempo pel rimorso, considerando che dovremo esser rasi e trucidati noi dapprima.

Il fragore del cannone troncò il nostro dialogo.

Senza indugio riunimmo i soldati. Il cannone romoreggiava indefesso.

—Garibaldi! Garibaldi è arrivato, ripeteva giubilando ciascuno di noi. Prorompendo tutti da San Lorenzo alla marina, un corriere al galoppo recò il seguente biglietto al maggiore:

«Sbarcai a Melito. Venite