—Abbasso le armi, siete prigionieri.
Côlti all'impensata, impauriti dalla tempesta dei nostri cavalli e dal tuono imperioso della nostra intimazione, quei soldati posano le armi a terra. Ma comparsa sul ponte nell'istesso momento una testa di colonna, gli arresi ripigliano il fucile. Avevamo questi di fianco, quella di faccia. Che fare? O perire fuggendo, o perire assaltando. Eravamo sei. Ciò dico ora; allora mancava il tempo da ponderare le probabilità. L'intimazione, la comparsa della colonna, la ripresa delle armi e l'avanti fulmineo di Nullo si succedettero in quattro battute di polso. Confitti gli sproni nei fianchi dei cavalli, in un baleno balziamo sul ponte. Davanti alla nostra furia apresi la colonna, ed eccoci sull'altra sponda del torrente fra le braccia della brigata Briganti, distesa parallelamente alla strada sul largo della piazza di Villa San Giovanni: presso al ponte due squadroni di lancieri, quindi l'infanteria. Col grido di viva Garibaldi, deponete le armi, venite con Garibaldi, percorriamo da un capo all'altro la fronte della brigata a guisa di rassegna in campo di manovre. E poichè gl'immobili e sbalorditi soldati nè ci ammazzano, nè ci imprigionano, frenando al passo i cavalli cominciamo su tutta la linea l'aperta propaganda di ribellione.
—Garibaldi costà coll'esercito doppiato da nuovi sbarchi, là Cosenz con quattromila uomini vi circondano. Voi italiani come noi. Perchè questa guerra fraterna? Unitevi a Garibaldi. Andiamo insieme a Venezia contro lo straniero. Garibaldi conserverà i vostri gradi. Vi chiamò valorosi Garibaldi a Calatafimi, ma le vostre battaglie, combattute per un tiranno, sono ingloriose. Volete la gloria? combattete per la libertà d'Italia. Stracciate le insegne del vostro re, il quale vi disonora. Venite con noi, o arrendetevi. Viva l'Italia! Viva Garibaldi!
La nostra franchezza, l'inusitato linguaggio, il caso nuovo di sentirsi arringati dai nemici, il nome di Garibaldi, l'arcano influsso dei tempi, la convinzione che i nostri li abbiano investiti, alcune o tutte insieme tali cause, producono l'effetto che numerosi viva l'Italia, viva Garibaldi scoppiano da quelle schiere, e molti soldati dipartendosi dalle file, vengono a baciarci le ginocchia, le mani, l'arcione.
Gli ufficiali, dispostissimi a rimpolpettarci con quattro palle in petto, interdetti dallo inatteso entusiasmo dei gregari, tacciono con viso ostile. Ma avvedendosi che per poco andare la brigata ci stende la mano e si sfascia, raccolgonsi insieme in consiglio.—Succede un intervallo di silenzio e di aspettazione. Io antiveggo in quel silenzio il tentativo fallito e il nostro eccidio, riflettendo che i medesimi soldati si batterono accanitamente in Reggio venti ore prima. Un caporale veterano, appoggiato ad un colonnino dirimpetto alla sua squadra, e che io notai a far segni e strisce irose per terra col calcio del fucile, principia a discorrere della fedeltà militare, del giuramento e dell'onore. Sul volto di quei soldati che l'udivano manifestansi indizii d'esitazione e improvvise faville di nuovi e truci pensieri.
Gli slancio contro il cavallo, che impennatosi lo toglie all'occhio dei suoi e gli saetto a mezza voce:—Ti taglio la gola, manigoldo!—Ond'egli ammutolì.
Gli ufficiali intanto comunicarono a noi e alla brigata la risoluzione di rimettersi al voto del proprio generale per passare con Garibaldi o rimanere alle bandiere.
E Nullo:
—Venga il generale! conducete qui il generale.
—Il generale, io soggiungo, comunicherà la sua decisione a Garibaldi.
Accompagnamolo a Garibaldi.