Tutti i vincitori di Reggio. Garibaldi appena riseppe dell'avventurosa visita di noi sei nel campo nemico, della conseguente sospensione della ritirata, degli animi titubanti dei borbonici, del loro generale costretto a parlamento, mandò frettoloso comando che si vuotasse Reggio di soldati, sollecitandoli verso San Giovanni per sentieri indicati. Compresi allora il riposto significato del diniego di lui ai miei inesperti suggerimenti, arrossii delle mie critiche e mi persuasi che non conoscevo sillaba delle cose di guerra.

Garibaldi e don Cicillo davanti, noi di dietro, e dietro di noi la colonna, silenziosi e cauti si girò il monte di San Giovanni. Protetti dall'oscurità, il generale condusse i suoi battaglioni all'opposto versante e li dispose in triplice semicerchio sulla sommità sovrastante agli accampamenti regi. Colassù, verso le dieci, una staffetta gli recò la novella che il generale Cosenz, sbarcato la vigilia con due mila uomini a Bagnara, e combattuto a Solano, attendeva un cenno ai Forestali. Garibaldi al chiaro di luna scrisse col lapis in un pezzetto di carta: «Venite subito sopra San Giovanni a marcia forzata.» Poi chiamato Nullo:

—Scegliete cinquanta uomini di vostra fiducia, stendeteli in lunga catena e, radendo il suolo come draghi, avvicinatevi alle prime linee dei regi. Molestateli tutta la notte, impedite che ei dormano e innanzi l'alba coll'istessa diligenza ritornate.

Innanzi l'alba si discese a piedi in più bassa parte, occupando il monte da un fianco all'altro in linee concentriche. Sulla sinistra fu collocata sovra un poggio la riserva, e l'artiglieria più in giù; a diritta la strada maestra, unico passaggio, volgendo ad angolo, insuperabilmente dominavano i carabinieri genovesi. Impossibile la ritirata o la fuga. Al primo sole il nemico si trovò costretto dalle braccia di ferro di Briareo. Mentre i battaglioni gli sfilavano sotto gli occhi aprendosi come branche di scorpione, Garibaldi comandava e raccomandava non rispondessero al fuoco del nemico, il quale ci tempestava con quattro obici e colle carabine dei cacciatori.

Garibaldi poscia andò a collocarsi solo e ritto, siccome statua sovra piedestallo, sulla calva cima del monte. Visibile a tutti gli sguardi, vedevalo anche il nemico e salutavalo con una pioggia di granate che cadevangli intorno o scoppiavano in alto. Cinquemila camicie rosse in una serie di curve parallele gli fiammeggiavano ai piedi, formidabili e pittoresche. Alla base agitavansi irosi e impotenti i nemici ch'ei sbaragliò tante volte, e di prospetto esultava bellissima e maestosa la Sicilia ch'ei liberò. Era l'apoteosi dell'eroe.

Conferito il comando di ciascuna linea ad un suo aiutante di campo, ordinò a me di unirmi al marchese.

Ambedue, passeggiando da un capo all'altro della nostra schiera, si vigilava affinchè i soldati non perdessero l'imposta pazienza.

Il nostro silenzio non sembrava vero al nemico, il quale raddoppiava di vigore e di precisione ne' suoi colpi invendicati. Ognuno di parte nostra sedeva sul pendìo col fucile per terra, aspettandosi d'un punto all'altro di passare a miglior vita da quella comoda giacitura. Nè tutti più tardi si rialzarono. Udivo un sordo fremito nelle file e notavo la mal celata ansietà di placare le ombre dei compagni spenti, sommergendo i regi nello stretto. Pure, durante tre ore consecutive di quella gragnuola di palle, non un solo schioppo si sparò dal nostro campo, benchè l'avanguardia fossesi accostata ad un tiro di pistola all'opposta avanguardia.

A me quella inflitta immobilità e quell'astensione dalle offese apparivano enigmi indecifrabili; ma, rimembrando il granchio del giorno prima, non dubitava ne dovesse emergere un risultato solenne quanto imprevedibile.

—Caro marchese, io cominciai, sediamoci qui, e fumiamo un sigaro.