—Riferiremo noi al generale Melendez l'ultimatum di Garibaldi, e ritorneremo qui a parteciparvi la volontà del nostro capo.
Indignato più che stupito dallo strano linguaggio, risposi:
—Noi non temiamo il furore dei vostri soldati. Se con aperta violazione del diritto delle genti saremo assassinati, Garibaldi ci vendicherà. Non uno di tutti voi escirà vivo da questo campo scellerato. Guardate!
E col dito indicai le nostre schiere che si condensavano alla nostra volta.
Il sole piegato all'occaso suscitava un infinito sfolgorìo dalle baionette agitate e brunite. Il rumore cupo della marcia concitata e a balzi, e lo strepito delle armi, pervenivano chiari al nostro orecchio. Quella paurosa sensazione penetrando, pel duplice adito della vista e dell'udito, al cervello dei soldati borbonici, deve avervi raddrizzati alquanti pensieri irrazionali.
—Ora, ripigliai, conducetemi alla presenza di Melendez.
Ivi la china del monte s'interrompe e dilatasi in largo piano orizzontale, festante di vigneti e d'orti, ove campeggiava la brigata Melendez. Quinci il monte dirupasi sino alla Villa San Giovanni. Introdotti a Melendez, gli ripetei senza esordio il corto dilemma di Garibaldi, coll'oriuolo alla mano. Il gentile marchese s'industriò di addolcire con melato eloquio l'acerbità del mio detto, e, con esempi, citazioni, sillogismi, di trarre il vecchio generale a mansueti consigli. Ma io rammemorando la cura di Garibaldi, per suoi motivi a me oscuri ma religiosamente riveriti, d'evitare la lotta, tagliai di netto le argomentazioni del marchese con queste parole:
—Generale, ancora otto minuti. Vedete costà? la procella s'avanza.
—Interrogherò i miei uffiziali, rispose con palese turbamento, e si ritirò lasciando a metà la concione del marchese, il quale piombato su me imperterrito, ne compendiò il resto con la seguente appendice:
—Credete; ci vuol pratica in tali negozi. Voi foste troppo letterale nell'ambasciata; io con bella maniera e con un tantino di dialettica infransi la sua ostinazione e lo persuasi. Vedrete che cederà.