—Laissez les enfants gagner ses épérons, risposegli Garibaldi senza staccare dal ciglio il cannocchiale.
Prime armi in vero della sua artiglieria!
Mutò i fianchi più d'una fiata la nave superba, e molti danni e morti seminò, ma s'ebbe accoglienze di mano in mano più aspre. Più spessi i colpi e più certi partivano dai nostri cannoni, ed essa, o fosse elezione o necessità, si risolse di proseguire la rotta, bersagliata a poppa meglio dal furore che dalla ragione, poichè si tirò anche quando le palle non arrivavano, e quei rimbombi innocenti sembravano od erano salve di gaudio.
Ripresentatisi oratori gli stessi uffiziali, invece dell'attesa risposta perentoria, fecero scialo di retorica, tentarono tergiversazioni, chiesero dilazioni, allusero alla speranza di vicini aiuti, o d'imbarchi notturni, e nell'ipotesi d'una combinazione posero patto indeclinabile la promozione di tutta l'uffizialità. Garibaldi, abbassato il cappellino, tuonò:
—Non mercanteggio, ed ora rifiuto gli uffiziali. Andate voi a Melendez, proseguì indirizzandomi la parola, e tirando di tasca l'oriuolo: intimategli la resa a discrezione entro venti minuti dall'arrivo. Sono le quattro; alle quattro e trentacinque assalterò. Avvisatene Menotti all'avanguardia. Andateci anche voi, soggiunse al marchese e al capitano Angelini.
Calammo a gran passi, per giugnere nel quarto d'ora prescritto.
Discesi all'avanguardia, Menotti, insofferente di nuove dimore, scoppiò con labbro corrucciato:
—Ancora parlamenti! Se comandassi io! Papà è troppo buono!
Io gli comunicai i comandi del padre suo, e procedemmo oltre.
Toccato l'intervallo che separa i due campi, gli oratori regi ci inculcarono di rimanervi perchè non guarentivano la nostra vita dal furore dei soldati.